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Lavoratori Eurallumina protestano per il futuro dello stabilimento di Portovesme. Un tavolo al Mimit il 23 ottobre è considerato l'ultima speranza per ottenere fondi e garantire la continuità operativa e la sicurezza ambientale.

Sciopero e sit-in davanti ai cancelli

La tensione sale tra gli operai dell'Eurallumina. Un sit-in è previsto per giovedì 22 davanti allo stabilimento. I sindacati chiedono azioni concrete, non più solo annunci dal Governo. Venerdì 23 ottobre è la data limite.

In quella sede, il Governo e il Mef devono assicurare i fondi necessari. Questi finanziamenti sono vitali per la gestione operativa dell'impianto. Non solo per garantire gli stipendi dei dipendenti.

Servono anche per la messa in sicurezza dell'intero sito produttivo. La nota congiunta di Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec e le Rsa sottolinea l'urgenza.

Responsabilità di Roma e pazienza esaurita

I segretari territoriali Emanuele Madeddu, Nino D'Orso e Pierluigi Loi, insieme agli Rsa Enrico Pulisci, Simone Zucca e Davide Boi, lanciano un avvertimento. Se da Roma arriveranno solo rinvii e promesse, la responsabilità sarà chiara.

Questa responsabilità ricadrà sui lavoratori, le loro famiglie e l'ambiente del Sulcis. Per troppo tempo, Roma ha scelto di non decidere. I lavoratori hanno pagato il prezzo di questa inerzia.

La pazienza dei dipendenti dell'Eurallumina, sempre dimostrata, è ormai al limite. Hanno mostrato grande senso di responsabilità.

Presidio ambientale a rischio

Sono gli stessi operai a garantire attività essenziali. Si occupano del trattamento delle acque e della barriera idraulica. Presidiano il bacino dei fanghi rossi e seguono le bonifiche.

Effettuano la manutenzione e la conservazione degli impianti. Quest'ultima attività è quasi assente da tempo. Senza il loro impegno e senza risorse, questo presidio si interrompe.

Un presidio ambientale che si ferma a Portovesme significa un rischio concreto. Il territorio potrebbe essere esposto a un disastro ambientale.

Costi elevati per lo Stato

Le conseguenze potrebbero essere gravi anche per lo Stato. Si parla di costi di messa in sicurezza e bonifica stimati dall'azienda in circa 300 milioni di euro. Questi costi sono a fronte dei pochi milioni necessari oggi.

Quei pochi milioni garantirebbero la continuità operativa. Rimandare ulteriormente non porterebbe a risparmi. Anzi, moltiplicherebbe i costi.

A pagare sarebbero i lavoratori, il territorio e l'intera collettività. È importante ricordare che preservare l'asset non è una concessione. È un obbligo di legge.

Il Governo non può restare spettatore

I sindacati ribadiscono un concetto fondamentale. Il Governo non può continuare a osservare passivamente questa crisi. Una crisi di cui porta la piena responsabilità.

La convocazione di un tavolo al Mimit è vista come l'ultima spiaggia. I lavoratori sperano in decisioni concrete e in stanziamenti che salvino il futuro dello stabilimento.