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Una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran pone fine agli attacchi reciproci, riapre lo Stretto di Hormuz e avvia negoziati a Islamabad. Entrambe le parti rivendicano la vittoria, ma i nodi cruciali come il nucleare e le sanzioni restano irrisolti.

La tregua tra Stati Uniti e Iran

La recente intesa tra Stati Uniti e Iran non rappresenta un accordo di pace definitivo. Si tratta piuttosto di una sospensione temporanea degli scontri, della durata di due settimane. Questa pausa è giunta in prossimità della scadenza di un ultimatum posto da Donald Trump. L'intesa prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz. Inizieranno inoltre negoziati a Islamabad a partire da venerdì 10 aprile. Tuttavia, emergono già divergenze sulla natura dell'accordo. Washington la descrive come una sospensione concordata delle ostilità. Teheran, invece, la considera l'avvio di un negoziato basato su un piano iraniano precedentemente accettato dagli americani.

Cosa prevede l'intesa

L'accordo, annunciato l'8 aprile, stabilisce uno stop di quattordici giorni agli attacchi reciproci. In cambio, Teheran ha acconsentito a permettere nuovamente il transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo la prospettiva iraniana, tuttavia, il transito rimarrà soggetto a un coordinamento con le proprie forze armate. I colloqui per un accordo più esteso dovrebbero iniziare a Islamabad il 10 aprile, con la mediazione del Pakistan. Al momento, non esiste alcun documento pubblico condiviso che risolva le questioni fondamentali. Tra queste figurano il programma nucleare, le sanzioni economiche e le garanzie di sicurezza.

Entrambe le parti rivendicano la vittoria

Sul piano politico, la prima conseguenza di questa tregua è la rivendicazione di successo da parte di entrambe le nazioni. Sia Donald Trump che la leadership iraniana sostengono di aver imposto la propria linea negoziale. Il presidente americano ha parlato di una piena vittoria per gli Stati Uniti, affermando il raggiungimento degli obiettivi prefissati. D'altro canto, l'Iran ha presentato la pausa come il risultato della propria resistenza. Hanno evidenziato come Washington sia stata costretta a fermarsi e negoziare. Questa doppia narrazione non è un dettaglio trascurabile. Dimostra come la tregua sia nata all'interno di una battaglia di comunicazione, oltre che di interessi strategici.

Il piano iraniano mette Washington sulla difensiva

I punti del piano emersi nelle ultime ore non sembrano indicare una resa da parte dell'Iran. Le richieste, secondo le ricostruzioni pubbliche, includono la cessazione degli attacchi. Richiedono anche garanzie contro futuri raid, compensazioni per i danni subiti e un alleggerimento o rimozione delle sanzioni. Viene inoltre richiesta la conferma del ruolo iraniano nel controllo del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Alcune versioni menzionano persino la possibilità di imporre tariffe alle navi in transito. La questione dell'arricchimento dell'uranio rimane inoltre aperta. Pertanto, le informazioni finora diffuse suggeriscono una ritirata americana rispetto all'ultimatum precedente. Questa valutazione politica si basa su un fatto concreto: Trump aveva minacciato attacchi devastanti e ha poi accettato una pausa. Questa pausa si fonda su una proposta iraniana inizialmente considerata fattibile, salvo poi definirla ingannevole.

La tregua non risolve tutti i conflitti

L'accordo raggiunto non coincide con la fine delle ostilità nella regione. Israele ha espresso sostegno alla pausa con l'Iran. Tuttavia, ha chiarito che il Libano non è incluso nella tregua. Le operazioni contro Hezbollah proseguiranno. Questo dettaglio smentisce una lettura più ampia dell'intesa, circolata durante la mediazione pakistana. Conferma che l'accordo riguarda principalmente le relazioni tra Washington e Teheran e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Per queste ragioni, la tregua viene interpretata più come una sospensione tecnica che come una svolta definitiva.

La posizione dell'Unione Europea

L'Unione Europea ha accolto la tregua come un allontanamento dal rischio di un'ulteriore escalation. Non ha però modificato la sua posizione di fondo. Kaja Kallas ha definito l'accordo un passo indietro rispetto al punto critico raggiunto nelle settimane precedenti. Ha aggiunto che offre una possibilità per abbassare la tensione. La linea europea rimane comunque più ampia: de-escalation, protezione dei civili, libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, pressione diplomatica e nessuna accettazione di un Iran dotato di armi nucleari. Nelle conclusioni del 19 marzo, il Consiglio europeo aveva già richiesto un arresto degli attacchi contro infrastrutture civili. Aveva anche sollecitato il rispetto del diritto internazionale e il rafforzamento degli strumenti europei per la sicurezza marittima.

La posizione della Cina

Pechino, che ha svolto un ruolo cruciale nel convincere l'Iran a negoziare e ha sostenuto il Pakistan come mediatore, ha accolto con favore ogni opportunità di cessate il fuoco. Ha tuttavia mantenuto una linea molto netta contro Washington e Israele. Il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che l'uso della forza non porta alla pace. Ha affermato che la soluzione deve essere politica e che l'origine della crisi risiede negli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l'Iran. La Cina insiste su tre punti: immediata cessazione delle operazioni militari, ritorno ai negoziati e tutela della sicurezza energetica globale. Questa posizione è coerente con il veto opposto, insieme alla Russia, alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU. Tale risoluzione mirava a proteggere il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz in un modo ritenuto da Pechino troppo sbilanciato contro Teheran.

Regno Unito e Pakistan

Londra ha accolto la tregua con sollievo. Insiste però sulla necessità che diventi un accordo più stabile. Keir Starmer si è recato nel Golfo proprio per sostenere la riapertura permanente dello stretto e consolidare il lavoro diplomatico svolto nelle ultime settimane. Il Pakistan, invece, ha trasformato la mediazione in un successo politico diretto. Shehbaz Sharif aveva richiesto una proroga dell'ultimatum e una tregua di due settimane. Ora punta a intestarsi il tavolo negoziale di Islamabad. In sostanza, il Pakistan emerge dalla crisi come il canale diplomatico che ha evitato l'attacco finale promesso da Trump.

La reazione dei mercati e del Golfo

Il primo riflesso internazionale si è manifestato sui mercati finanziari. In Europa, le Borse hanno registrato forti rialzi. Il prezzo del greggio Brent è sceso sotto i 100 dollari al barile. Nel Golfo, gli indici hanno segnato aumenti significativi. Questo andamento suggerisce due considerazioni. La prima è che la tregua viene interpretata principalmente come una pausa nel rischio energetico. La seconda è che nessuno la considera ancora una soluzione definitiva. Il sollievo è immediato, ma rimane legato alla stabilità dello Stretto di Hormuz e all'esito dei colloqui imminenti.