Tahar Lamri, fondatore del Festival delle Culture di Ravenna, critica duramente l'edizione 2026. Sostiene che il festival, pur avendo più fondi, abbia perso la sua missione originaria: dare voce e protagonismo alle comunità straniere residenti.
Critica al Festival delle Culture di Ravenna
Lo scrittore e drammaturgo algerino Tahar Lamri ha espresso forte disappunto. Le sue parole sono emerse sui social network. Lamri è stato l'anima del Festival delle Culture per molti anni. Ha ideato l'evento nel 2004. Ha poi diretto il festival fino al 2012.
Secondo Lamri, il festival è diventato un paradosso. Negli anni in cui ha ricevuto maggiori finanziamenti, è diventato anche più inutile. Non si tratta di inefficienza culturale. Si tratta di non produrre più il risultato per cui era stato creato. Quando il denaro pubblico finanzia qualcosa che non funziona più, il problema diventa politico.
Lamri ha taciuto per anni dopo la sua uscita nel 2012. Non voleva sembrare scorretto. Non voleva rivendicare un passato migliore a discapito del presente. Tuttavia, il silenzio prolungato può diventare corresponsabilità. Questo vale soprattutto quando le istituzioni pubbliche abbandonano le comunità.
Il Festival: da protagonismo a prodotto istituzionale
L'intellettuale ritiene che il festival sia stato progressivamente occupato da funzionari. Questi appartengono all'ufficio immigrazione del Comune di Ravenna. Hanno trasformato uno strumento di protagonismo comunitario. Ora è diventato un prodotto istituzionale autoreferenziale. Lamri sottolinea come il budget sia aumentato. I risultati, però, sono drasticamente diminuiti.
Questo divario tra investimento pubblico e impatto reale non è una svista. È una scelta precisa. Tale scelta deve essere giudicata politicamente. Il programma del 2026 ne è la prova lampante. Si estende per quattro mesi. Inizia il 13 marzo e finisce il 20 giugno.
Gli eventi sono sparsi in circa quindici sedi diverse. Il catalogo delle proposte include film di Ken Loach. Ci sono spettacoli di Wajdi Mouawad. Si parla anche di mostre del World Press Photo. Non mancano incontri con fotoreporter internazionali. Un catalogo di eventi, però, non costituisce un festival.
Soprattutto, non ha più nulla a che fare con le comunità straniere residenti a Ravenna. Queste comunità non sono più soggetti attivi nel programma 2026. Sono diventate un tema. Sono oggetto di sensibilizzazione per un pubblico ravennate. Questo pubblico è chiamato a essere uno spettatore empatico di problemi lontani.
La scomparsa delle associazioni e dei giovani
Le 92 associazioni che un tempo animavano il festival sono scomparse. I giovani di seconda generazione sono stati esclusi. Non sono stati sostituiti. Sono stati eliminati dalla logica stessa dell'evento. L'unica traccia visibile delle comunità straniere è relegata agli ultimi due giorni. Questo avviene su un programma che dura quattro mesi.
Con più fondi pubblici, si è ottenuto meno protagonismo. Meno reti sociali. Meno coesione. Meno senso di appartenenza alla città. Questo è il danno che Lamri chiede di valutare politicamente. Non si tratta di un festival che ha cambiato identità artistica. Si tratta di un investimento pubblico crescente. Questo investimento ha prodotto la distruzione sistematica di un capitale sociale. Tale capitale era stato costruito nel corso di anni.
Le reti tra associazioni non si ricostruiscono con un semplice comunicato stampa. La fiducia delle comunità in un'istituzione che le ha escluse non si recupera con una giornata di festa. Questa giornata è appesa alla fine di un programma di quattro mesi. Una generazione di ragazzi di seconda generazione aveva imparato a sentirsi parte attiva di questa città. Ora non tornerà a chiedere il permesso.
Un appello alla responsabilità politica
Chi amministra la città ha il dovere di rispondere di questo scarto. Lo afferma Lamri nella sua critica. Più soldi spesi, meno comunità coinvolte. Questo non è un risultato accettabile. Non lo è per un investimento pubblico che porta il nome di Festival delle Culture. Lamri ha scelto di parlare ora per lo stesso motivo per cui ha taciuto in passato: il rispetto.
Il Festival delle Culture era nato nel 2004 con risorse limitate. Ogni edizione veniva costruita attraverso mesi di lavoro relazionale. Coinvolgeva circa 92 associazioni di comunità straniere presenti sul territorio. Il risultato era un evento di tre giorni. Ravenna diventava concretamente un'altra città. Le comunità straniere erano protagoniste in piazza. I ravennati attendevano quell'appuntamento.
I giovani di seconda generazione programmavano autonomamente l'intera giornata del venerdì. Con pochi soldi si produceva coesione reale. Si promuoveva il protagonismo comunitario. Si creava infrastruttura sociale. Questo era il modello originario. Un modello che Lamri vede ora smarrito.
La critica di Lamri solleva interrogativi importanti. Riguardano la gestione dei fondi pubblici. Riguardano l'inclusione sociale. Riguardano il vero significato di un festival dedicato alle culture. La sua voce si aggiunge a un dibattito più ampio. Si discute su come le istituzioni debbano realmente rappresentare e valorizzare la diversità presente sul territorio.
L'ex direttore sottolinea come la fiducia si costruisca nel tempo. Si basa su azioni concrete e continue. Non su iniziative sporadiche. La comunità ravennate, con le sue diverse anime, merita un festival che sia specchio fedele della sua realtà. Un festival che non sia solo vetrina, ma piattaforma di reale scambio e integrazione.
La sua analisi punta il dito contro una deriva. Una deriva che trasforma un'opportunità di incontro in un'operazione di facciata. Un'operazione che, secondo Lamri, finisce per alienare proprio coloro che dovrebbe celebrare. La sua denuncia è un monito. Un monito a non dimenticare le radici e la missione originaria del Festival delle Culture.
Il riferimento alle 92 associazioni scomparse è emblematico. Rappresenta la perdita di un tessuto connettivo fondamentale. La scomparsa dei giovani di seconda generazione è altrettanto preoccupante. Segnala un mancato ricambio generazionale. Un mancato coinvolgimento delle nuove leve.
Lamri chiede un giudizio politico. Un giudizio che vada oltre la mera valutazione artistica o organizzativa. Chiede di valutare l'impatto sociale. L'impatto sulla coesione comunitaria. L'impatto sulla percezione di appartenenza alla città.
La sua dichiarazione, riportata da RavennaToday, è un invito alla riflessione. Un invito a ripensare le strategie. Un invito a riportare al centro del Festival delle Culture le persone. Le persone che ne costituiscono la vera essenza. La sua critica è un richiamo alla responsabilità. Un richiamo a un uso più consapevole e inclusivo dei fondi pubblici.