Cronaca

Medici Ravenna sospesi: certificati falsi per migranti

15 marzo 2026, 22:55 2 min di lettura
Medici Ravenna sospesi: certificati falsi per migranti Immagine generata con AI Ravenna
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Sospensione medici a Ravenna per condotta illecita

Tre medici infettivologi dell'ospedale di Ravenna sono stati sospesi per 10 mesi dall'esercizio della professione sanitaria. La decisione del giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, riguarda una presunta condotta illecita protratta per circa un anno e mezzo all'interno del reparto di Malattie infettive.

Secondo le indagini coordinate dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, i sanitari avrebbero agito spinti da un «forte coinvolgimento ideologico ed emotivo». La loro intenzione sarebbe stata quella di ostacolare il rimpatrio di stranieri irregolari verso i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), definiti dal giudice come «luoghi disumani» paragonabili a «lager».

Violata la privacy dei pazienti

Oltre alla presunta falsificazione di referti, i medici indagati avrebbero violato la privacy dei pazienti. I certificati in questione sarebbero stati condivisi con soggetti esterni al contesto sanitario, appartenenti a movimenti critici nei confronti delle politiche di immigrazione e dei CPR.

Questa condivisione, secondo il gip, configura una grave lesione della riservatezza dei pazienti extracomunitari, i cui dati sensibili sarebbero stati esposti senza consenso. La violazione della privacy si aggiunge al quadro di accuse che hanno portato al provvedimento di interdizione.

Pericolo di reiterazione del reato

Il giudice ha motivato la sospensione con la sussistenza di un «concreto e attuale pericolo» che gli otto medici coinvolti (su undici operanti nel reparto) possano reiterare la condotta criminosa. La misura cautelare mira a interrompere questa presunta attività illecita.

Ai restanti cinque medici indagati è stato imposto il divieto di rilasciare certificazioni relative all'idoneità o inidoneità dei pazienti alla detenzione amministrativa. La situazione evidenzia un'intersezione tra l'attività medica, le convinzioni personali e le normative sull'immigrazione, con implicazioni significative per la deontologia professionale.

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