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Quarant'anni dopo il disastro di Chernobyl, l'associazione Ravenna Belarus racconta l'impatto dell'accoglienza in Romagna sui bambini orfani, creando legami che durano ancora oggi.

L'associazione Ravenna Belarus e i primi passi

L'associazione Ravenna Belarus ha svolto un ruolo fondamentale nella solidarietà locale. La presidente Giuseppina Torricelli descrive come un'emergenza si sia trasformata in una missione di vita. L'organizzazione è nata da un gruppo più ampio, il “Piccolo Mondo”, proseguendo poi con progetti autonomi. Il primo gruppo di accoglienza comprendeva 14 famiglie per 14 bambini orfani provenienti dall'istituto di Pinsk. Ogni bambino veniva ospitato per 120 giorni all'anno, tra estate e inverno. Nel corso del tempo, sono stati seguiti circa 200 bambini attraverso 56 progetti, inclusi quelli per piccoli pazienti oncologici.

Un approccio diverso: oltre l'affetto

Inizialmente, le famiglie ravennati offrivano affetto e beni materiali, ma ci si rese conto che questo non bastava. L'abbondanza di attenzioni e comfort, come il sole, il mare e le coccole, poteva involontariamente accentuare le differenze e le mancanze rispetto alla loro realtà. La presidente Torricelli parla di un approccio un po' troppo “romagnolo”, concentrato sul benessere immediato. Si è compreso che l'unica via era costruire una rete di relazioni solide, sia in Italia che in Bielorussia. Questo significava andare oltre i semplici doni, spesso inutili una volta tornati in orfanotrofio.

La rete di relazioni e il supporto regionale

Dal 1999 al 2020, l'associazione ha organizzato visite bisannuali in Bielorussia. Durante questi viaggi, venivano stretti accordi con ambasciate, ministeri, servizi sociali, ospedali e direttori di orfanotrofi. L'obiettivo era trasformare il progetto, nato per allontanare i bambini dalle radiazioni, in un vero e proprio “progetto per la vita”. Si voleva evitare che i ragazzi si sentissero divisi tra due mondi, senza appartenere pienamente a nessuno dei due. La Regione Emilia-Romagna ha fornito un supporto cruciale, concedendo tesserini sanitari. Questo garantiva assistenza medica continua durante la permanenza in Italia, specialmente per i progetti oncologici.

Lo shock culturale e l'importanza dei ricordi

L'arrivo in Italia rappresentava un forte shock culturale per i bambini provenienti dagli orfanotrofi. Abituati a regole severe e a una scarsa attenzione individuale, l'eccesso di affetto e le nuove comodità, come le vasche idromassaggio rispetto alle docce comuni, potevano generare paura. Per proteggerli, sono state stabilite delle regole interne all'associazione. Si è capito che era più utile riempirli di fotografie e ricordi degli abbracci ricevuti, da portare con sé al ritorno, piuttosto che di giochi elettronici o oggetti di marca. Questi ricordi diventavano un punto di riferimento tangibile nella loro realtà.

Eredità e speranza a quarant'anni dal disastro

Oggi, a quarant'anni dal disastro di Chernobyl, l'eredità più grande è la creazione di un “doppio luogo di vita”. Non importa più dove si viva, poiché esistono punti di riferimento a cui chiedere aiuto. Il patrimonio relazionale creato nel tempo, le parentele sociali e la cooperazione tra famiglie allargate italo-bielorusse sono inestimabili. L'esperienza dimostra che il dolore può essere trasformato in una risorsa. Nonostante la tragedia, è nata un'esperienza che rappresenta una restituzione alla speranza. Il disastro nucleare ha cambiato il mondo, ma ha anche generato storie di resilienza e solidarietà.

Storie di vita: Nataliya, Yakau e Viki

Numerose storie testimoniano il successo di questi progetti. Nataliya, arrivata a Ravenna a sette anni, si è laureata in logopedia e ora aiuta bambini e famiglie disagiate. Continua a visitare l'Italia con la sua famiglia. Yakau, ospite dal 2010, ha imparato mestieri, ha riallacciato i rapporti con la madre biologica e ha ristrutturato la loro casa grazie ai consigli del suo “babbo Claudio”. Lavora come chef e si sposerà oggi. Viki, entrata in istituto a 7 anni, ha creato un legame indissolubile con due famiglie ravennati. Ha completato due lauree in Italia e ora lavora nel paese, in attesa della cittadinanza, trasformando il suo passato in un esempio di indipendenza e riconciliazione con le proprie radici.