Martina e Giuseppe, una coppia autistica, condividono le loro esperienze di vita e le sfide quotidiane. La loro testimonianza mira a promuovere una società più inclusiva, che comprenda e valorizzi le neurodivergenze anziché richiedere un adattamento forzato.
La diagnosi in età adulta: un nuovo punto di vista
La diagnosi di autismo è arrivata per Giuseppe e Martina in età adulta. Per Giuseppe, la scoperta nel 2022 è avvenuta grazie a un’amica di Martina. Questo ha permesso di dare un nome a difficoltà passate, crisi d’ansia e sensazioni di inadeguatezza. «È stato sconvolgente e liberatorio», ha affermato Giuseppe. Ha aggiunto che prima pensava di essere «quello sbagliato» che non si adattava, ma ora sa che il suo cervello funziona in modo diverso.
Anche per Martina, la diagnosi è stata inizialmente destabilizzante. Molte esperienze passate hanno assunto un nuovo significato. Tuttavia, ha trovato sollievo nel poter finalmente capire se stessa. «Finalmente avevo una chiave di lettura per capire me stessa», ha dichiarato.
Vivere prima e dopo la diagnosi: strategie e identità
Prima della diagnosi, Martina cercava costantemente di adattarsi, studiando gli interessi altrui per socializzare. Ha confessato di documentarsi su argomenti che la annoiavano per integrarsi. Ora, invece, non finge più per piacere agli altri. «So chi sono e mi rispetto», ha sottolineato.
Giuseppe ha descritto i comportamenti pre-diagnosi come «strategie di sopravvivenza sociale», oggi definite «masking». Ha spiegato che dopo la diagnosi è necessario riscoprire la propria identità. Ha paragonato la vita precedente a un collage di comportamenti presi da persone stimate. Ha raccontato di aver abbandonato la musica, sua passione, perché la usava come tramite per socializzare. Ora preferisce poche relazioni significative.
Entrambi evidenziano un cambiamento profondo: meno imitazione degli altri e maggiore attenzione ai propri limiti energetici. Il masking, seppur efficace per persone autistiche definite «ad alto funzionamento», comporta costi energetici elevatissimi, sfociando in burnout.
Difficoltà quotidiane: ambiente e neurodivergenza
Le difficoltà quotidiane per Martina e Giuseppe derivano dall’interazione tra il loro modo di funzionare e un ambiente progettato per persone neurotipiche. Martina sperimenta sovraccarico sensoriale con rumori forti e suoni sovrapposti, come nei supermercati o in discoteche. Anche sul lavoro, nonostante accorgimenti, la stimolazione continua la lascia esausta. «Faccio masking continuamente», ha spiegato, prevedendo le conversazioni per gestire l’interazione sociale. Questo sforzo mentale porta a una stanchezza colossale, potendo sfociare in depressione o esaurimento.
Giuseppe cita l’esempio del pendolarismo in treno da Bagnacavallo a Ravenna. La procedura per gestire l’ansia legata ai mezzi pubblici lo lascia distrutto. «Un neurotipico questo problema non ce l’ha», ha osservato. Auspica treni più «a misura di nerodivergente», con orari precisi, bagni funzionanti e luci basse. Ha notato che alcuni paesi, come gli Stati Uniti, sono più «friendly» verso le persone neurodivergenti, offrendo supporto e attenzione ai dettagli che migliorano il benessere.
Percezione sociale e ricerca di normalità
Martina si sente poco creduta quando afferma di essere neurodivergente, a causa della sua capacità di mascherare le difficoltà. Questo porta a una minimizzazione delle problematiche che vive. «Diventa quasi imbarazzante affermarlo», ha confessato. Ha sottolineato come un ambiente di lavoro attento alle sue esigenze, come quello in cui lavora, possa fare la differenza. «Per me determinano se la sera sarò costretta ad andare a letto alle sette e mezza perché sono distrutta, o se riuscirò a vedere una puntata di una serie tv».
Giuseppe si considera normale, semplicemente diverso dalla maggioranza. Lui e Martina hanno la missione di educare alla diversità. «Essere neurodivergenti in questa società è un problema come essere transgender, gay, induisti», ha affermato. La chiave è la conoscenza e l’informazione naturale in ogni contesto. «Non comporta una disabilità», ha concluso.
Martina ritiene che il concetto di normalità non esista. Ha però evidenziato che certe condizioni rappresentano una disabilità nel funzionamento della società attuale. Ha messo in guardia dal perdere i diritti acquisiti dimenticando che alcune persone necessitano di adattamenti. Il suo auspicio è la creazione di spazi fruibili da tutti, senza la necessità di categorie o disagio.
Domande frequenti sull'autismo
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