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Un imprenditore è stato posto agli arresti domiciliari a Prato per aver sfruttato 20 operai cinesi, costretti a turni massacranti e pagati pochi centesimi per articolo. L'uomo è accusato di intermediazione illecita e impiego di manodopera clandestina.

Sfruttamento e manodopera clandestina a Prato

Un imprenditore di origine cinese è stato arrestato a Prato. L'uomo gestiva, tramite prestanome, tre aziende nel settore dell'abbigliamento. Queste attività producevano capi destinati anche a noti marchi italiani. L'arresto è avvenuto con la misura dei domiciliari e l'applicazione del braccialetto elettronico.

Le accuse mosse nei suoi confronti sono di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera irregolare. Si parla di venti operai di nazionalità orientale che sarebbero stati impiegati. La maggior parte di questi era priva di regolare permesso di soggiorno. La decisione è stata presa dal giudice per le indagini preliminari di Prato, su richiesta della locale procura.

L'imprenditore si è presentato alle autorità nella serata precedente, dopo essere stato ricercato per alcuni giorni senza successo. L'operazione ha messo fine a un'attività illecita che durava da tempo. Le indagini hanno rivelato gravi violazioni delle leggi sul lavoro.

Indagini e condizioni di lavoro disumane

La procura ha reso noto che l'imprenditore aveva già precedenti per fatti simili. In passato, era stato indagato per vicende analoghe e aveva patteggiato una condanna. Questa era diventata definitiva. L'episodio precedente risale a una denuncia presentata da una lavoratrice cinese. Quest'ultima avrebbe aggredito l'imprenditore dopo aver richiesto una retribuzione equa.

L'avvio della nuova inchiesta è stato innescato dalla richiesta di aiuto di due lavoratrici cinesi. Le indagini, durate oltre un anno, hanno visto la collaborazione del Gruppo anti sfruttamento dell'Asl Toscana centro e del nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Prato.

È emerso che i venti operai, in prevalenza irregolari, erano costretti a turni di lavoro estenuanti. Si parla di picchi di sedici ore al giorno, lavorando sette giorni su sette. Non ricevevano alcuna tutela previdenziale o assicurativa. Erano anche alloggiati in due dormitori annessi alle attività d'impresa, situati vicino ai luoghi di lavoro.

Rinchiusi e pagati pochi centesimi per articolo

Le condizioni di lavoro erano tali da destare profonda preoccupazione. Gli operai sarebbero stati persino rinchiusi all'interno delle fabbriche. Questo per impedirne l'allontanamento, aumentare la produttività e ostacolare eventuali controlli da parte delle forze dell'ordine. La situazione presentava un grave rischio per la loro incolumità: in caso di incendio o emergenza, non avrebbero avuto vie di fuga.

Le retribuzioni, a causa della reticenza delle vittime, sono state ricostruite tramite i quaderni del cottimo. I salari ammontavano a pochi centesimi di euro per ogni singolo articolo prodotto. Complessivamente, le cifre erano ben al di sotto dei minimi salariali previsti dai contratti collettivi nazionali.

I profitti per l'indagato, invece, sarebbero stati ingenti. L'uomo è finito anche sotto la lente del fisco per irregolarità fiscali relative a una delle sue imprese. L'operazione sottolinea la gravità del fenomeno del caporalato e dello sfruttamento della manodopera nel settore tessile.

Domande frequenti

Cosa è successo a Prato?
A Prato un imprenditore è stato arrestato per aver sfruttato 20 operai cinesi, costringendoli a turni massacranti e pagandoli pochissimo. È accusato di intermediazione illecita, sfruttamento e impiego di manodopera clandestina.

Quali erano le condizioni di lavoro degli operai?
Gli operai lavoravano fino a 16 ore al giorno, 7 giorni su 7, senza tutele. Erano alloggiati in dormitori vicino alle fabbriche e sarebbero stati anche rinchiusi per impedirne la fuga. Le paghe erano di pochi centesimi per articolo prodotto.