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Il reporter palestinese Wael Al-Dahdouh descrive la situazione a Gaza come un'apocalisse, denunciando crimini di guerra e la perdita di numerosi colleghi. Chiede un'azione politica internazionale più decisa.

La tragedia dei giornalisti a Gaza

A Gaza, la situazione è drammatica. In poco meno di tre anni, 263 giornalisti hanno perso la vita a causa degli attacchi israeliani. Questo numero supera le vittime giornalistiche della Seconda Guerra Mondiale e del Vietnam. Lo afferma Wael Al-Dahdouh, capo redattore di Al Jazeera nella Striscia. Egli stesso ha subito perdite familiari devastanti. Nel 2023, un bombardamento mentre era in diretta televisiva ha ucciso gran parte della sua famiglia. Tra le vittime c'erano sua moglie, due figli e due nipoti. Successivamente, un altro figlio, anch'egli giornalista, è morto in un altro raid.

Al-Dahdouh ha condiviso la sua esperienza personale e la sofferenza quotidiana della popolazione e dei reporter a Gaza. L'incontro si è tenuto durante la 25ª edizione de Il libro possibile, un festival culturale a Polignano a Mare. La sua testimonianza ha commosso il pubblico presente. Al termine del suo intervento, il giornalista e suo figlio Yehia, di 14 anni, rimasto gravemente ferito nell'attacco del 2023, hanno ricevuto una lunga standing ovation. Il giovane porta ancora i segni fisici dell'attacco.

Appello alla politica internazionale

«Sentiamo la solidarietà dei popoli, ma la politica internazionale ci ha deluso profondamente», ha dichiarato Al-Dahdouh all'ANSA. Il reporter, che porta ancora un tutore al braccio destro a causa delle ferite subite nel 2023 e nel 2024, ha sottolineato la gravità dei crimini commessi a Gaza. «Ci aspettavamo molto di più», ha aggiunto. La richiesta era di riconoscere la gravità dei crimini e di fare pressioni su chi li sta commettendo. Secondo Al-Dahdouh, un'azione unitaria per riconoscere i crimini di guerra commessi da Israele avrebbe potuto arginare la violenza. I governi, tuttavia, non si sono dimostrati all'altezza delle proprie responsabilità.

La popolazione di Gaza si aspetta molto dagli altri Paesi, inclusa l'Italia. L'appello è rivolto alle forze politiche internazionali affinché si assumano le proprie responsabilità. Finora, non hanno dimostrato di essere all'altezza del loro compito e della loro etica. Durante l'incontro, rispondendo alle domande della giornalista Francesca Borri, Al-Dahdouh ha ribadito che la situazione a Gaza non ha paragoni. La definisce «un'apocalisse vera e propria, che continua». Per i giornalisti, il giubbetto con la scritta 'press' non garantisce sicurezza. Anzi, li ha trasformati in bersagli. Non esiste un luogo sicuro per un cronista a Gaza, né per gli altri abitanti.

La denuncia dei crimini

Riguardo alle dichiarazioni dell'esercito israeliano, che definisce i giornalisti uccisi a Gaza dei terroristi, Al-Dahdouh ha preso un momento prima di rispondere. «Tra i reporter morti c'è anche mio figlio maggiore, Hamza», ha detto con voce rotta. Lo ha descritto come «un ragazzo d'oro, perbene, serio, bravo, competente». L'esercito israeliano ha posto fine alla sua vita e a quella di innumerevoli altre persone, cancellando sogni, aspirazioni e progetti futuri. «Stiamo vivendo un'ecatombe», ha concluso.

Il giornalista, che ha dovuto lasciare Gaza per curare le ferite, è tornato alla strage della sua famiglia nel bombardamento del 2023. «Ero in onda, parlando di quell'attacco, senza sapere che tra le vittime c'erano mia moglie, due figli e altri familiari», ha raccontato. Arrivato sul luogo, non ha potuto dare un ultimo sguardo alla moglie, perché il suo corpo e quelli degli altri erano a pezzi. Dopo il lutto, ha continuato a fare il suo mestiere, sentendo ancora di più la responsabilità. La sua presenza in Italia, ha spiegato, è per onorare sua moglie e tutti coloro che hanno perso la vita a causa delle azioni dell'esercito israeliano.