La città di Gubbio ricorda Sebastiano "Ribot" Coletti, scomparso a 92 anni. Ex calciatore e ingegnere, Coletti ha lasciato un segno indelebile nel calcio locale e nella comunità eugubina, mantenendo un forte legame con la città per tutta la vita.
Addio a un'icona del calcio eugubino
Sebastiano Coletti, conosciuto da tutti come "Ribot", è venuto a mancare all'età di 92 anni. La sua scomparsa lascia un vuoto nel mondo del calcio, in particolare a Gubbio. Nato a Perugia, Coletti aveva scelto Gubbio come sua casa, legandosi profondamente alla città umbra. I suoi sette anni trascorsi tra il 1955 e il 1962 non furono solo un periodo sportivo, ma un'esperienza che lo segnò per sempre.
Durante la sua carriera calcistica, Coletti contribuì alla promozione in Serie C nel 1958. Giocò anche in Quarta Serie, affiancando compagni di squadra come Cardinali, Nofri, Regni, Coppari, Mancini e Berettoni. Il vecchio campo di San Benedetto, noto come la "Fossa dei Leoni", era il teatro delle sue prestazioni.
Coletti ricordava spesso un gol segnato nei minuti finali contro il Gualdo, una rete molto discussa. A Gubbio, in quel periodo, era difficile per un arbitro annullare un gol a un giocatore locale. Questo aneddoto testimonia il forte senso di appartenenza e il rispetto che Coletti godeva.
Ribot Coletti: velocità, ingegno e passione
Il soprannome "Ribot" deriva dalla sua incredibile velocità sulla fascia destra, paragonata a quella del celebre cavallo da corsa. Coletti era imprendibile, instancabile e determinato a superare ogni ostacolo. Le sue corse in campo simboleggiavano un calcio diretto e senza fronzoli, rispecchiando il suo carattere deciso.
Tuttavia, ridurre Coletti al solo ruolo di difensore sarebbe riduttivo. Oltre al calcio, coltivava la passione per lo studio. Si laureò in ingegneria, dimostrando una solida etica professionale e un impegno nella costruzione del proprio futuro. La sua carriera lavorativa si svolse lontano dai riflettori, ma il legame con Gubbio rimase sempre forte.
Anche negli anni della vecchiaia, quando le sue gambe non potevano più replicare le corse di "Ribot", Coletti era una presenza costante sugli spalti dello stadio Barbetti. Osservava le partite con discrezione, mostrando un'attenzione particolare e una memoria vivente di un calcio basato sulla passione.
Un legame viscerale con Gubbio
La sua presenza a Gubbio non era dettata dalla nostalgia, ma da un profondo senso di appartenenza. "Gli eugubini sono un popolo fantastico", amava ripetere. Queste parole racchiudevano gratitudine, affetto e un legame che andava oltre la maglia indossata. Il suo rapporto con la città era viscerale, non quello di un ex giocatore celebrato a distanza, ma di una persona considerata "di casa".
Coletti custodiva un legame speciale anche con l'allora presidente Barbetti, che definiva "come un padre", chiamandolo affettuosamente "Pietro Nostro". Ricordava con emozione il suo arrivo a Gubbio: il presidente lo convinse personalmente, venendolo a prendere con la sua Ferrari. La vista di Mengara e la bellezza della città lo conquistarono.
Queste testimonianze contrastano nettamente con la fugacità dei rapporti nel calcio moderno. Coletti apparteneva a un'altra epoca, un tempo in cui i legami erano più duraturi. La sua volontà di essere sepolto con il gagliardetto del Gubbio simboleggia la forza delle sue scelte e la coerenza vissuta fino all'ultimo.
L'eredità di un uomo completo
Con Sebastiano Coletti scompare un testimone autentico di un calcio che non esiste più. Ma la sua eredità va oltre il campo da gioco. È stato un professionista, uno studioso e un cittadino esemplare. Ha saputo mantenere un equilibrio tra i diversi aspetti della sua vita, senza mai tradire se stesso.
La sua coerenza, la stessa ostinazione con cui correva sulla fascia destra, rimane come insegnamento. Una corsa che sembrava non dovesse mai fermarsi, proprio come la sua dedizione alla vita, anche quando la partita, inevitabilmente, giunge al termine.
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