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La presidente della Commissione Pari Opportunità di Brescia, Mariasole Bannò, analizza come i media trattano le molestie e le violenze sessuali, evidenziando stereotipi e criticità nel racconto giornalistico.

Criticità nel racconto mediatico delle violenze

Le parole usate per descrivere molestie e violenze sessuali non sono mai neutrali. Possono proteggere o colpevolizzare, informare o perpetuare stereotipi dannosi. Questa è la premessa della riflessione di Mariasole Bannò, docente all'Università di Brescia e presidente della Commissione Pari Opportunità cittadina. La sua competenza si estende alle tematiche di violenza e discriminazione di genere.

La sua analisi nasce da recenti articoli di cronaca. Questi trattavano un caso specifico nel mondo del teatro, un ambiente a lei familiare. Bannò collabora infatti con Amleta, un'associazione che combatte disparità e violenza nel settore dello spettacolo.

Nel 2024, un gruppo di ricerca guidato da Bannò ha supportato Amleta. Hanno realizzato la prima mappatura sulla discriminazione di genere nel teatro italiano. L'associazione assiste le lavoratrici nel denunciare abusi. Un esempio è il caso di Parma, che ha portato a una condanna in primo grado per Walter Le Moli. Egli è stato riconosciuto colpevole di violenze e molestie sessuali verso due attrici. Amleta crea anche una rete di supporto per le vittime, contrastando l'isolamento.

Il linguaggio giornalistico e i suoi impatti

«Il linguaggio non è neutro», sottolinea la professoressa Bannò. «Il modo in cui raccontiamo una violenza può fare chiarezza. Ma può anche alimentare stereotipi, creare dubbi e colpevolizzare le vittime». Questo ha conseguenze concrete. Colpisce le persone direttamente coinvolte e la percezione collettiva del fenomeno.

La cronaca recente ha puntato i riflettori sul mondo del teatro. Bannò spiega che il teatro, pur essendo un luogo di lavoro, presenta peculiarità. Ci sono forti gerarchie di potere, spesso di genere. In Italia, le donne sono minoritarie nei ruoli registici. I vertici restano prevalentemente maschili.

Questo squilibrio favorisce dinamiche abusive. Rende più difficile la loro emersione. Anche quando emergono, il sistema tende a proteggere i propri membri. Il teatro lavora con il corpo, uno strumento professionale. Questo aspetto può complicare ulteriormente la narrazione.

Il mito dell'artista geniale e la minimizzazione dei fatti

Esiste un mito diffuso: quello dell'artista come «genio». A queste figure si tende a concedere molto. Comportamenti inaccettabili rischiano di essere giustificati o minimizzati. Vengono mascherati dietro la libertà creativa o la «licenza artistica». Questo immaginario influenza anche il dibattito pubblico. Si tende a separare l'uomo dall'opera, attenuando la gravità dei comportamenti.

«Molto più di quanto si pensi», afferma Bannò, «questo immaginario influenza chi riporta queste vicende». Gli articoli sulle molestie spesso provengono dalla cronaca. Questo comporta uno sguardo non sempre adeguato alla complessità del tema. Già nei lanci di agenzia si crea un campo semantico che orienta la narrazione successiva.

Un problema rilevante è la mancanza di formazione specifica. Chi scrive di violenza di genere non sempre possiede gli strumenti adeguati. Non si tratta di cattiva volontà, ma di carenza di preparazione. Nel mondo dello spettacolo, il tema dell'artista «geniale» è interiorizzato anche da chi scrive. Ma c'è un problema più profondo: si crede che chiunque possa esprimersi su questi temi senza competenze. In realtà, servono strumenti, conoscenze e consapevolezza.

Errori comuni: victim blaming e titoli sensazionalistici

Uno degli errori più frequenti è il «victim blaming». Si mette sotto esame la vittima, interrogandosi su cosa abbia fatto o detto. Si suggerisce che fosse «consenziente», citando messaggi o comportamenti decontestualizzati. Il consenso, però, è complesso e può cambiare nel tempo. Questa narrazione produce vittimizzazione secondaria.

Altro errore è soffermarsi su dettagli che insinuano dubbi. Si perde il quadro generale dei fatti. Vengono usati titoli sensazionalistici per attirare clic. Questi finiscono per banalizzare o distorcere la realtà. C'è ancora difficoltà a riconoscere la voce delle donne. Vengono raccontate come soggetti passivi. Il loro punto di vista resta marginale o assente, sbilanciando la narrazione.

Il fattore tempo viene spesso usato per mettere in dubbio le vittime. Domande come «perché ha denunciato dopo?» sono fuorvianti. Alimentano stereotipi pericolosi. Il tempo della denuncia non incide sulla gravità della violenza. Silenzio, ritardo o difficoltà a parlare sono meccanismi di autodifesa. Ignorarli significa non comprendere il fenomeno.

Il ruolo dell'informazione e le azioni concrete

«Se il racconto mediatico non è corretto, diventa difficile produrre un cambiamento reale», avverte Bannò. L'informazione deve avere una responsabilità piena. Le parole costruiscono la realtà. La violenza non è un fatto isolato, ma un fenomeno strutturale. Deve essere affrontata come tale.

Il racconto mediatico deve inserirsi in una risposta più ampia e sistemica. Questa coinvolge cultura, istituzioni, luoghi di lavoro e il giornalismo stesso. Per migliorare, si possono applicare con più attenzione i codici etici del giornalismo. Esistono percorsi formativi per le redazioni.

Anche i lettori hanno un ruolo. Possono segnalare linguaggi inappropriati. Possono scrivere alle redazioni, facendo sentire la propria voce. Queste azioni, nel tempo, possono produrre effetti concreti. Il cambiamento parte anche dal basso, dalla consapevolezza di chi legge e informa.

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