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Una vasta operazione contro i 'cavalli di ritorno' a Palermo subisce un duro colpo. Il Gip ha respinto la richiesta di misure cautelari per 54 indagati, sollevando dubbi sull'utilizzo delle intercettazioni e sulla sussistenza del pericolo di reiterazione dei reati.

Indagine sui furti d'auto allo Zen archiviata

Le indagini sui furti di veicoli nel quartiere Zen di Palermo potrebbero subire un drastico ridimensionamento. La richiesta della Procura di applicare misure cautelari a cinquantaquattro persone è stata respinta dal Giudice per le Indagini Preliminari. La decisione si basa su criticità emerse riguardo l'utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche. Inoltre, mancherebbero elementi concreti che dimostrino un attuale pericolo di commissione di nuovi reati.

Il Gip Ermelinda Marfia ha quindi negato l'applicazione di misure detentive. La Procura di Palermo, rappresentata dai sostituti procuratori Clio Di Guardo e Daniele Sansone, ha già presentato ricorso. Il Tribunale del riesame dovrà ora valutare la fondatezza dell'appello. Tuttavia, anche in caso di accoglimento, si potrebbero attendere ulteriori pronunciamenti.

Dubbi sull'efficacia delle prove raccolte

Le motivazioni alla base del rigetto delle misure cautelari riguardano principalmente l'ammissibilità delle intercettazioni telefoniche come prova. Il Gip ha ritenuto che queste non fossero sufficienti a sostenere numerose delle accuse mosse. La mancanza di elementi recenti che attestino il rischio di nuovi reati è un altro punto cruciale della decisione. Questo aspetto è fondamentale per giustificare misure restrittive come il carcere o i domiciliari.

La Procura aveva richiesto il carcere per trentotto indagati e i domiciliari per altri sedici. La bocciatura è stata quindi totale. I magistrati inquirenti confidano ora nel Tribunale del riesame per ribaltare la decisione. La vicenda giudiziaria potrebbe però protrarsi ulteriormente, coinvolgendo anche la Corte di Cassazione o attendendo la scadenza dei termini per eventuali impugnazioni.

Il modus operandi della presunta banda

Al centro dell'inchiesta vi era un presunto sistema organizzato per rubare auto e moto, per poi chiedere un riscatto ai proprietari. I veicoli rubati venivano solitamente nascosti in garage o depositi nella zona dello Zen. Successivamente, iniziavano le trattative per la restituzione dei mezzi. Le richieste di riscatto variavano in base al valore del veicolo.

Ad esempio, per una Alfa Romeo Giulietta sarebbero stati chiesti 1.200 euro. Per un furgone Iveco Daily, la richiesta saliva a duemila euro. Le accuse contestate a vario titolo includevano anche ricettazione, riciclaggio e reati legati al possesso di armi. Gli inquirenti ipotizzavano l'esistenza di un'associazione per delinquere attiva almeno dall'ottobre del 2023.

Ruoli chiave nell'organizzazione criminale

Secondo le indagini, i ruoli di promotori e organizzatori sarebbero stati ricoperti da Stefano Angelo Randazzo e Lorenzo Scasso. Tra le basi operative individuate dagli investigatori figura un garage situato in via Primo Carnera. L'operazione mirava a smantellare una rete dedita a questo tipo di attività illecite. La decisione del Gip, tuttavia, ha sollevato seri interrogativi sull'efficacia delle prove raccolte e sulla solidità dell'impianto accusatorio.

La vicenda giudiziaria è ancora in evoluzione. La risposta del Tribunale del riesame sarà cruciale per determinare il futuro dell'indagine. La comunità locale attende sviluppi, sperando in un chiarimento definitivo sulla vicenda che ha coinvolto il quartiere Zen.