Giuseppe Caputo, accusato dell'omicidio della cognata Giovanna Chinnici a Nova Milanese, punta all'assoluzione in appello invocando l'infermità totale di mente. La difesa sostiene che il 63enne fosse incapace di intendere e volere al momento dei fatti.
Omicidio Giovanna Chinnici: il processo d'appello
La Corte d'Appello di Milano esaminerà il caso di Giuseppe Caputo. L'uomo è accusato di aver ucciso la cognata, Giovanna Chinnici, con ben 13 coltellate. I fatti risalgono al 24 ottobre 2024, in via Magellano a Nova Milanese. La difesa di Caputo, rappresentata dall'avvocato Francesco Fontana, mira ora all'assoluzione totale. La strategia legale si basa sull'infermità mentale dell'imputato al momento del delitto.
Nel primo grado di giudizio, la Corte d'Assise di Monza aveva condannato Caputo a 23 anni di reclusione. A questa pena si aggiungevano 5 anni di internamento in una struttura psichiatrica giudiziaria. Infine, erano stati disposti 3 anni di libertà vigilata. La corte aveva ritenuto Caputo parzialmente incapace di intendere e di volere. La sua condizione era stata diagnosticata come disturbo delirante di tipo persecutorio. Tuttavia, era stato riconosciuto un residuo margine di capacità di autodeterminazione.
La dinamica dell'aggressione a Nova Milanese
L'aggressione mortale avvenne sul pianerottolo dell'abitazione familiare. Giuseppe Caputo colpì ripetutamente la cognata Giovanna Chinnici. La vittima, anch'essa 63enne, era intervenuta per proteggere la figlia, Greta. La giovane stava salendo le scale per rientrare nella sua abitazione, situata nello stesso edificio plurifamiliare. Secondo le ricostruzioni, Caputo avrebbe aggredito la nipote prima di rivolgere i fendenti contro la cognata. Quest'ultima tentò di difendere la figlia dall'attacco dello zio.
L'omicidio scosse la comunità di Nova Milanese. La violenza dell'aggressione e il contesto familiare in cui è maturato il delitto hanno sollevato interrogativi sulla salute mentale dell'imputato. La difesa ha sempre sostenuto la tesi dell'incapacità totale di intendere e di volere. Questa posizione è stata parzialmente accolta in primo grado, ma non in modo da portare all'assoluzione.
Le perizie psichiatriche: un punto cruciale
La questione della salute mentale di Giuseppe Caputo è centrale nel processo. Una prima perizia psichiatrica, disposta dalla Procura di Monza, aveva stabilito l'infermità totale di mente dell'uomo. Sulla base di questa valutazione, Caputo era stato trasferito in una struttura psichiatrica giudiziaria a Castiglione delle Stiviere. Tuttavia, i familiari della vittima, costituitisi parte civile con gli avvocati Corinne Buzzi e Fabrizio Negrini, non si sono accontentati.
Hanno richiesto e ottenuto una nuova perizia psichiatrica. Questo secondo accertamento ha portato a una conclusione diversa. Il nuovo consulente ha definito Caputo solo parzialmente incapace di intendere e di volere. Questa discrepanza tra le due perizie è uno degli elementi chiave su cui si giocherà la partita in appello. La difesa spera di ribaltare la decisione della Corte d'Assise.
Le dichiarazioni di Giuseppe Caputo e il contesto familiare
Giuseppe Caputo non ha mai presenziato alle udienze del processo di primo grado. Tuttavia, ha avuto modo di esprimere il suo stato d'animo al suo difensore, l'avvocato Francesco Fontana. Durante una visita in struttura, Caputo avrebbe pronunciato parole significative: «Per loro eravamo solo tre sgorbi». Si riferiva alla percezione che i parenti avevano di lui, della moglie e del figlio. Questa frase suggerisce un profondo senso di alienazione e ostilità percepita nei confronti della famiglia della moglie.
L'avvocato Fontana ha descritto il contesto in cui vivevano le famiglie delle tre sorelle, inclusa quella di Caputo, come una «palazzina tossica». La situazione era caratterizzata da continui dissidi e tensioni. La moglie di Caputo, Maria Luisa Chinnici, è stata definita «una donna fragile che ha incontrato lui ancora più fragile». Questo quadro dipinge un ambiente familiare altamente conflittuale, sfociato in episodi di violenza e in procedimenti legali.
Le accuse di persecuzione e il movente
Prima dell'omicidio, Giuseppe Caputo e sua moglie Maria Luisa Chinnici erano stati accusati di atti persecutori. Le liti familiari e le questioni economiche avevano generato un clima di forte tensione. La moglie di Caputo era stata anche allontanata dalla casa familiare. Secondo la prospettiva di Caputo, i parenti avrebbero agito con l'intento di danneggiarli. Credeva che avessero praticato dei fori nella loro abitazione per farli morire di freddo.
Queste convinzioni deliranti sono alla base della diagnosi di disturbo delirante di tipo persecutorio. L'avvocato Fontana sostiene che questo disturbo sia rimasto latente per anni prima di esplodere nell'aggressione. La difesa argomenta che l'infermità totale di mente, se riconosciuta, offrirebbe una maggiore tutela anche alle parti civili. Questo perché, secondo il legale, la pericolosità sociale dell'imputato sarebbe tale che nemmeno la terapia starebbe sortendo effetti significativi sulla sua patologia psichiatrica, considerata «inscalfibile».
Il processo d'appello: cosa aspettarsi
Il processo d'appello, fissato per il mese di maggio, dovrà valutare attentamente le perizie psichiatriche e le testimonianze. La difesa cercherà di dimostrare l'incapacità totale di intendere e di volere di Giuseppe Caputo al momento dell'omicidio. L'obiettivo è ottenere l'assoluzione, che comporterebbe l'applicazione di misure di sicurezza più che di pene detentive tradizionali. La procura e le parti civili, invece, cercheranno di confermare la sentenza di primo grado, basata sulla parziale infermità mentale.
La sentenza di appello sarà cruciale per definire la responsabilità penale di Caputo e per stabilire il percorso futuro, sia in termini di giustizia per la vittima e i suoi familiari, sia per quanto riguarda la gestione della pericolosità sociale dell'imputato. La comunità di Nova Milanese attende con apprensione gli sviluppi di questo complesso caso giudiziario.
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