La Campania ha registrato una significativa perdita di oltre 10.000 partite IVA nei settori del turismo e del commercio in sei anni. Un'analisi di Confesercenti evidenzia un calo del 7,7%, un trend negativo che coinvolge l'intera nazione.
Calo drastico delle attività commerciali e turistiche
La regione Campania ha subito una drastica riduzione di piccole imprese e partite IVA. I settori del commercio e del turismo hanno visto la scomparsa di oltre 10.000 attività in un arco temporale di sei anni. Questa analisi si basa su dati camerali che includono il commercio, la filiera turistica, la ristorazione e le agenzie di viaggio.
Nel dettaglio, nel 2019 si contavano 133.711 lavoratori indipendenti in questi settori in Campania. La cifra è scesa a 123.475 unità nell'anno precedente, segnando una perdita netta di 10.236 occupati. Questo si traduce in un decremento percentuale del 7,7% del tessuto imprenditoriale.
Un fenomeno diffuso a livello nazionale
La flessione osservata in Campania non è un caso isolato. L'elaborazione di Confesercenti rivela un trend negativo generalizzato su tutto il territorio italiano. Tutte le regioni italiane hanno registrato dati negativi nel periodo considerato.
Il Mezzogiorno, pur mostrando un calo complessivo del 9,3%, si difende meglio rispetto alla media nazionale del 14,1%. Questo dato è influenzato negativamente dalle flessioni più marcate del Nord (-15,6%) e del Centro (-19,4%).
In termini assoluti, le perdite più ingenti si sono verificate in Lombardia (25.098 lavoratori in meno), Lazio (22.963), Veneto (17.792), Emilia-Romagna (16.037) e Toscana (15.309).
Le flessioni percentuali più significative si registrano nelle Marche (-25%), nel Lazio (-20,4%) e in Veneto (-18%).
Le cause secondo Confesercenti
Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, sottolinea la necessità di contrastare questa tendenza. Le piccole imprese e i lavoratori autonomi svolgono un ruolo economico fondamentale. Sostengono la produttività dei territori, promuovono la concorrenza e il pluralismo dell'offerta. Inoltre, creano occupazione e favoriscono la circolazione del reddito a livello locale.
Gronchi individua diverse cause per la riduzione del lavoro autonomo. Tra queste, la pressione fiscale e amministrativa, l'aumento dei costi energetici post-pandemia, i canoni di locazione commerciale e le difficoltà nell'accesso al credito. Aggiunge anche gli squilibri competitivi con grandi operatori e piattaforme digitali.
Questi fattori rendono sempre più arduo avviare, mantenere o trasferire un'attività. Sono necessari interventi macroeconomici sui costi dell'energia per le piccole realtà. È fondamentale riequilibrare la concorrenza per garantire il pluralismo del mercato.
Inoltre, servono sostegni agli investimenti privati e incentivi per il ricambio generazionale. Quest'ultimo aspetto è critico per molte piccole imprese. Infine, sono necessarie maggiori tutele e strumenti di welfare per imprenditori e imprenditrici, che spesso affrontano queste sfide da soli. Solo così, secondo Gronchi, mettersi in proprio potrà tornare a essere una prospettiva sostenibile.