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Una giovane giornalista afghana, operando sotto pseudonimo, usa la scrittura come unica forma di resistenza per denunciare l'oppressione delle donne nel suo paese. Il suo coraggio è riconosciuto con un prestigioso premio internazionale.

La voce delle donne afghane nel mondo

Una giornalista opera sotto falso nome per raccontare la difficile realtà delle donne in Afghanistan. Utilizza la piattaforma digitale Radio Bullets per diffondere le loro storie. Questo progetto giornalistico è nato nel 2015 grazie a Barbara Schiavulli, esperta reporter di guerra e scrittrice, e Alessia Cerantola. L'obiettivo era ridare dignità a una professione basata su indipendenza e competenza.

Attraverso Radio Bullets, una voce si alza per chi non può parlare. La giornalista, che si firma Leila Sarwari, ha 30 anni. Aveva studiato all'Università di Kabul e sognava una carriera diplomatica. Ora vive in Afghanistan con la sua famiglia. Il suo lavoro per la testata digitale le permette di sostenere i suoi cari e di portare all'esterno il dramma di un paese che subisce un vero e proprio 'apartheid di genere'.

Sogni infranti e resistenza silenziosa

La vita di Leila, come quella di molte donne afghane istruite, lavoratrici o attive socialmente, è cambiata radicalmente. Il 15 agosto 2021 ha segnato la presa del potere da parte dei talebani. Hanno instaurato un regime fondamentalista, isolando il paese. Hanno imposto severe restrizioni, colpendo soprattutto donne e ragazze. Dare voce a queste esperienze è fondamentale per non dimenticarle.

Leila descrive la situazione con parole toccanti: «La vita per una donna in Afghanistan non è solo difficile, è profondamente dolorosa». Molte libertà sono state annullate. Ragazze e donne non possono studiare né lavorare. Le loro scelte, i movimenti e persino i sogni sono limitati. Vivono in una realtà imposta, dove essere donna spesso significa essere messe a tacere.

«In questa situazione, quando non posso fare molto altro, scrivere è diventata la mia unica forma di resistenza», confessa Leila. È un modo silenzioso per difendere i diritti femminili, mentre molte porte rimangono sbarrate. Attraverso la scrittura, cerca di aggrapparsi alla speranza, anche nel buio più profondo.

Uno spiraglio di speranza e un riconoscimento

Nonostante le avversità, Leila intravede un futuro migliore: «Credo che un giorno le donne in Afghanistan riusciranno a rialzarsi da questo dolore». È convinta che riconquisteranno la loro libertà e i diritti meritati, perché sono sempre stati loro. La sua determinazione è un faro di speranza.

In occasione della Giornata internazionale della libertà di stampa, è giunto un importante riconoscimento. Barbara Schiavulli ha voluto condividere questo premio con Leila. Si tratta del Premio Pimentel Fonseca, assegnato durante il Festival internazionale di Giornalismo civile 'Imbavagliati'. L'evento si svolgerà a Napoli dall'11 al 13 maggio. Il festival è ideato e diretto da Désirée Klain.

Questo premio è dedicato a giornaliste e attiviste che si distinguono per la difesa dei diritti umani e la denuncia sociale. È intitolato a una figura storica, la giacobina Pimentel Fonseca, martire della Repubblica Napoletana nel 1799. Leila non potrà essere presente fisicamente a Napoli per motivi di sicurezza. Parteciperà tramite un collegamento video, ma la sua immagine sarà coperta da un velo, mantenendo l'anonimato per proteggersi.