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Un'organizzazione criminale dedita al traffico di stupefacenti, attiva tra Messina e Milazzo, è stata smantellata con 17 arresti. L'inchiesta ha svelato un sistema basato su violenza e metodi evasivi.

Operazione antidroga a Milazzo: 17 arresti

Le forze dell'ordine hanno inferto un duro colpo al narcotraffico. Un'operazione congiunta ha portato all'arresto di diciassette persone. Queste agivano in un'area strategica tra Messina e l'hinterland di Milazzo. L'indagine, coordinata dalla Procura Distrettuale, ha svelato una rete criminale ben strutturata. Il gruppo era specializzato nel traffico di hashish, cocaina e crack. Molti degli arrestati avrebbero continuato le loro attività illecite anche durante misure cautelari.

La violenza sembra essere stata un tratto distintivo del gruppo. Gli indagati si sarebbero vantati di possedere armi da guerra. Hanno impartito ordini a familiari stretti, incluse madri e compagne. La ricostruzione investigativa parla di aggressioni fisiche. Talvolta, venivano puntate pistole alla testa delle vittime. Persino un piccolo debito di venti euro poteva scatenare violenze sui corrieri. Questo quadro dipinge un'organizzazione priva di scrupoli.

L'operazione è il risultato di un'indagine complessa. Le attività investigative hanno documentato un'organizzazione gerarchica. Ogni membro aveva ruoli e compiti ben definiti. Il gruppo utilizzava metodi sofisticati per eludere i controlli. Staffette, comunicazioni criptiche e trasporti evasivi erano all'ordine del giorno. La Procura Distrettuale ha coordinato le azioni. Il Gip Salvatore Pugliese ha emesso le ordinanze di custodia cautelare. I Carabinieri di Milazzo hanno eseguito gli arresti.

Vertici e ruoli chiave nell'organizzazione

Al vertice della presunta organizzazione vi sarebbe stato Carmelo Benenati. Soprannominato “Mezzatesta”, è considerato lo stratega. Avrebbe coordinato le attività di rifornimento e gestione dei contatti. La sua influenza si estendeva alla definizione delle modalità operative. Un altro figura centrale sarebbe Luigi Crescenti, noto come “Joker”. Esperto nel narcotraffico, con precedenti specifici, avrebbe organizzato trasporti su larga scala. Le sue manovre erano mirate a evitare i controlli delle forze dell'ordine.

Giuseppe Murabito emerge come un punto di riferimento per lo spaccio locale. Secondo gli inquirenti, avrebbe gestito la sua attività anche durante gli arresti domiciliari. La sua abitazione sarebbe stata trasformata in una base operativa. Le indagini sono partite proprio da una perquisizione a suo carico nel comune di San Filippo del Mela nel febbraio 2023. Il ritrovamento di hashish, marijuana e bilancini ha fatto scattare l'allarme.

Da quel momento, sono iniziate attività di pedinamento e osservazione. L'installazione di telecamere ha documentato un flusso costante di acquirenti. Le modalità di cessione erano ormai consolidate. Il denaro veniva depositato in cassette postali. Gli involucri con la droga venivano lanciati dai balconi. Questo sistema permetteva di continuare l'attività anche con membri agli arresti domiciliari.

Un ruolo di collegamento tra diverse aree sarebbe stato attribuito ad Antonino Gitto. Avrebbe garantito i rifornimenti fino alle isole Eolie. Alessio Chillari, invece, sarebbe stato attivo sul territorio. Ha proseguito l'attività di spaccio nonostante le misure cautelari. Altri membri operativi includono Simone Serifovik, intermediario tra vertici e piazze di spaccio. Orlando Mento sarebbe stato coinvolto nella logistica e nella gestione delle informazioni interne al gruppo.

Il ruolo strategico delle donne nell'organizzazione

L'organizzazione criminale non si basava esclusivamente su figure maschili. Un nucleo operativo femminile svolgeva ruoli cruciali. Donne agivano come corriere, staffetta e supporto logistico. Assumendo rischi concreti per garantire la continuità operativa. Alexa Rebecca Staiti, Francesca Alacqua, Luigia Eni ed Emanuela Sofia sarebbero state coinvolte nell'approvvigionamento e nella distribuzione. La posizione di Staiti è considerata particolarmente significativa. Elemento chiave per i rifornimenti, specialmente durante la detenzione del compagno Serifovik. In un episodio, fu sorpresa alla guida di un'auto con droga a bordo. In un altro, il 21 febbraio 2024, tentò di eludere un controllo sulla A20. Permise ai passeggeri di fuggire con cocaina, poi recuperata dai militari.

Francesca Alacqua, secondo le intercettazioni, partecipava alle attività presso una base operativa rurale a Torregrotta. Riceveva indicazioni sui percorsi da seguire per evitare i controlli. Luigia Eni, compagna di Benenati, partecipava attivamente alle trasferte per l'approvvigionamento a Messina. Mantenendo contatti diretti con i fornitori. Il 7 febbraio 2024, fu intercettata mentre forniva indicazioni stradali a Benenati durante una manovra complessa. Questo confermerebbe la sua piena consapevolezza delle attività illecite.

Il 17 febbraio 2024, Emanuela Sofia, insieme a Francesca Alacqua e Davide Emanuele, fu fermata a bordo di un'auto guidata da Crescenti. In quell'occasione, la droga – hashish, crack e cocaina – fu suddivisa tra i presenti. Si assunsero la responsabilità per simulare un uso personale. Questo dimostra la loro partecipazione attiva e la volontà di coprire le attività del gruppo.

Trasformazione e distribuzione del crack

Le indagini hanno rivelato come la cocaina venisse trasformata in crack. L'operazione, definita “bollitura”, era affidata a Serifovik. Sotto la supervisione di Benenati, questa trasformazione mirava ad aumentare la commerciabilità della sostanza. La produzione di crack aumenta drasticamente la pericolosità della droga. Le modalità di assunzione e gli effetti sull'organismo sono molto più devastanti. Successivamente, lo stupefacente veniva parcellizzato. Veniva poi distribuito a una rete di acquirenti. Le modalità di cessione erano pianificate. Gestite tramite accordi logistici e contabili intercettati. Questi accordi definivano le consegne e la ripartizione dei guadagni.

Le intercettazioni hanno documentato la consapevolezza e la volontarietà dell'attività. Sono emersi riferimenti tecnici alla “bollitura”. Si parlava della necessità di “uscire” il prodotto per soddisfare la clientela. Questo dimostra una gestione professionale e consapevole del traffico di droga. La rete criminale mostrava una notevole capacità organizzativa. Mirava a massimizzare i profitti attraverso la trasformazione e la distribuzione efficiente.

Strategie per eludere i controlli e continuità dello spaccio

L'inchiesta ha messo in luce le strategie adottate dal gruppo per evitare i controlli. Un sistema di staffette era attivo lungo le principali arterie stradali. In particolare, in prossimità del casello autostradale di Milazzo. I vertici o i sodali precedevano i corrieri. Segnalavano la presenza di eventuali posti di blocco. Questo garantiva un margine di sicurezza per i trasporti di stupefacenti.

Sono emerse anche tecniche più sofisticate. Come il trasbordo della droga a piedi lungo tratti autostradali. Questa pratica avveniva prima delle uscite. L'obiettivo era aggirare i controlli delle forze dell'ordine. Le comunicazioni tra i membri del gruppo avvenivano tramite un linguaggio criptico. Utilizzavano espressioni come “caramelle”, “pietra”, “torta al cioccolato” o “quattro formaggi”. Si servivano anche di applicazioni di messaggistica ritenute meno esposte alle intercettazioni. Questo per proteggere le loro conversazioni.

Per ridurre ulteriormente i rischi, il gruppo faceva ricorso a modalità di cessione a distanza. Il denaro veniva lasciato nelle cassette postali. La droga veniva lanciata dai balconi. Questo sistema permetteva di mantenere attiva la vendita. Anche in presenza di soggetti sottoposti a misure cautelari come gli arresti domiciliari. Gli indagati saranno interrogati nei prossimi giorni. Tra gli avvocati difensori figurano Giuseppe Ciminata, Sebastiano Campanella e Pinuccio Calabrò.

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