Il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha espresso soddisfazione per la vittoria del "sì" al referendum sulla giustizia nella sua regione. Ha criticato duramente l'Associazione Nazionale Magistrati (ANM), definendola un "partito" e mettendo in dubbio l'imparzialità dei giudici.
Fontana celebra il "sì" lombardo: "Orgoglio di essere lombardo"
Il presidente leghista della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha manifestato grande entusiasmo per l'esito del referendum sulla giustizia. La sua regione ha votato in maggioranza per il "sì", discostandosi dal risultato nazionale. Fontana ha dichiarato: «Viva la Lombardia! Oggi più che mai rivendico l’orgoglio di essere lombardo e desidero ringraziare la gente di questa regione».
Ha sottolineato come la Lombardia abbia dimostrato ancora una volta di essere una terra coraggiosa. I lombardi, secondo il governatore, sono fautori del cambiamento e dell’innovazione. Il risultato elettorale in democrazia va sempre accettato, ha precisato Fontana. Ma ha voluto evidenziare la spinta al rinnovamento proveniente dalla sua terra.
Il presidente, che è anche avvocato, aveva sostenuto attivamente le ragioni del "sì" durante la campagna referendaria. La sua posizione è in linea con quella di altri esponenti del centrodestra. La Lombardia si conferma quindi un territorio con una forte identità e propensione alle riforme.
Critiche all'ANM: "Si comportano come un partito"
Attilio Fontana non ha risparmiato critiche all'Associazione Nazionale Magistrati (ANM). Ha affermato che l'ANM si sta comportando come un partito politico. Le recenti immagini di esultanza dei magistrati all'esito del referendum hanno alimentato queste critiche. In particolare, quelle provenienti dal tribunale di Napoli, dove alcuni giudici hanno intonato «Bella ciao».
«Penso che l'ANM si stia comportando come un partito», ha dichiarato Fontana. «In questa campagna elettorale e con le ultime immagini che abbiamo visto, dimostra di essere sostanzialmente un partito». Ha aggiunto che la vittoria delle toghe polarizza ulteriormente la contrapposizione con una parte del Paese. Questo comportamento solleva dubbi sull'imparzialità richiesta dalla Costituzione.
Fontana ha ricordato il principio del giudice «terzo, super partes». Un giudice che deve essere privo di passione nel momento del giudizio. Vedendo certe immagini, ha confessato di avere qualche dubbio. Ha concluso con una nota personale e sarcastica: «Spero di non essere mai sottoposto al giudizio di uno di questi signori».
Il quadro disomogeneo e le reazioni politiche
A livello nazionale, il referendum sulla giustizia ha mostrato un quadro più frammentato. Alcune aree, specialmente nel Sud Italia, hanno registrato un forte astensionismo. Nonostante ciò, alcuni esponenti politici non considerano il risultato una sconfitta per il Governo. Lo vedono piuttosto come un'occasione mancata per la nazione. La battaglia per la riforma della giustizia è considerata una «battaglia di civiltà».
Alessandro Sorte, segretario regionale di Forza Italia, ha condiviso un sentimento simile. Ha definito il referendum un’occasione persa per il Paese. C’è grande dispiacere, ha spiegato, perché un "sì" avrebbe potuto segnare un vero cambio di passo. Un cambio necessario per temi fondamentali per i cittadini e per il sistema giudiziario. La notizia positiva, per lui, arriva dalla Lombardia. Qui il "sì" ha prevalso in quasi tutte le province, dimostrando sensibilità verso la riforma.
Anche Carlo Maccari, coordinatore regionale di Fratelli d'Italia, e Cristian Garavaglia, capogruppo in Consiglio regionale, hanno sottolineato l'affluenza e il risultato lombardo. La Lombardia si conferma protagonista con un risultato chiaro e netto a favore del "sì". La partecipazione dei cittadini è stata significativa. Il referendum è visto come un segno concreto di un Governo che ha avuto il coraggio di affrontare una riforma complessa.
Milano e il "No": le parole del Sindaco Sala
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, si era speso in prima persona a favore del "no" al referendum. A Milano, a differenza del resto della Lombardia, il "no" ha prevalso nettamente. Il risultato in città è stato definito «memorabile» da alcuni attivisti di centrosinistra. Sala ha commentato che il centrosinistra dovrebbe ripartire proprio da questo risultato. Ha definito il referendum un «Papeete della giustizia».
Il risultato a Milano è stato un forte segnale politico. Il "no" ha ottenuto una risposta netta, confermando la città come un "fortino" contro la riforma proposta. I giovani e gli attivisti storici della sinistra hanno festeggiato in Piazza Duomo. Hanno visto in questo esito l'inizio di una riscossa. La città ha mostrato due anime distinte rispetto al resto della regione.
Il distacco tra "sì" e "no" a Milano è stato di 16 punti. Il Municipio 1, tuttavia, ha seguito la linea del centrodestra, votando per il "sì". Questo dato evidenzia la disomogeneità interna alla stessa area metropolitana milanese. La contrapposizione tra Milano e il resto della Lombardia è stata netta.
Il contesto del referendum sulla giustizia
Il referendum sulla giustizia, promosso da Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, mirava a introdurre diverse modifiche al sistema giudiziario italiano. Tra le proposte, c'era la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un altro quesito riguardava la limitazione dei mandati dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). C'era anche la proposta di abolire la figura del giudice onorario.
L'Associazione Nazionale Magistrati (ANM) si era espressa contraria a molti dei quesiti referendari. L'associazione ha sostenuto che alcune proposte avrebbero potuto minare l'indipendenza della magistratura. La campagna referendaria ha visto un acceso dibattito tra i sostenitori delle riforme e coloro che difendevano l'attuale assetto giudiziario. Le immagini di esultanza dei magistrati a Napoli sono diventate un simbolo di questa contrapposizione.
La data del 24 marzo 2026 è stata quella in cui queste dichiarazioni sono state rilasciate. Il referendum si è svolto in un clima politico già teso. Le opinioni divergenti tra governo, magistratura e partiti politici hanno caratterizzato l'intero processo. La Lombardia, con il suo "sì", ha rappresentato un caso a sé, in controtendenza rispetto al dato nazionale.