Psicoterapeuta: «Violenza giovanile? Paura degli adulti, non baby gang»
Allarme sociale e percezione della violenza giovanile
Milano – L'aumento della paura tra gli adolescenti, piuttosto che un incremento effettivo della violenza, è il dato su cui concentrarsi. Questo è il punto di vista di Virginia Suigo, psicoterapeuta e coordinatrice dell'equipe di psicologi del Minotauro, che collabora con i Servizi della Giustizia minorile della Lombardia. In un'epoca di forte allarme sociale, si rischia di adottare risposte difensive inefficaci.
Suigo, autrice del libro «Figli violenti», ha partecipato a un ciclo di incontri a Milano focalizzati sulle devianze giovanili. La sua analisi parte da una prospettiva storica: i tassi di criminalità giovanile, sebbene abbiano visto un rimbalzo dopo il periodo pandemico, mostrano una tendenza generale in diminuzione dagli anni '90.
Il fenomeno delle "baby gang": una definizione da rivedere
La psicoterapeuta mette in discussione il termine «baby gang», definendolo una narrazione che riflette più l'ansia degli adulti che la realtà dei gruppi giovanili. Secondo Suigo, questi gruppi sono meno organizzati e strutturati rispetto alle bande criminali tradizionali, mancando di controllo territoriale o di attività illecite consolidate.
Il termine, a suo dire, nasconde la paura degli adulti di fronte a un'adolescenza percepita come fuori controllo e caratterizzata da un'aggressività incomprensibile. L'aumento delle denunce per possesso di coltelli, ad esempio, è interpretato anche come una conseguenza di questa paura diffusa, che spinge i giovani a un maggiore bisogno di autodifesa.
La città come specchio delle disuguaglianze e la critica ai metal detector
La metropoli, secondo Suigo, amplifica dinamiche sociali già presenti altrove, evidenziando la diminuzione di spazi fisici, emotivi e culturali dove gli adolescenti possano esprimersi in sicurezza. La città, con le sue disparità, rende la crescita più complessa. Anche l'immagine dei «maranza» viene analizzata nella sua complessità, includendo non solo ragazzi con difficoltà di integrazione, ma anche giovani insospettabili provenienti da contesti socio-economici privilegiati.
Suigo esprime forte scetticismo riguardo all'installazione di metal detector nelle scuole. Li definisce una risposta superficiale che rischia di trasformare l'istituzione scolastica in un luogo di controllo, piuttosto che affrontare le cause profonde del disagio giovanile. La scuola, in questa prospettiva, dovrebbe essere un luogo di accoglienza e comprensione, non di esclusione.
Proposte per un approccio più efficace
La psicoterapeuta propone di lavorare sulla paura, recuperando una dimensione comunitaria e superando la tendenza a etichettare immediatamente ogni comportamento problematico come bullismo. Sottolinea l'importanza di una genitorialità che non iper-protegga i figli, ma che li educhi alla gestione del conflitto e della rabbia.
Le risposte, secondo Suigo, devono essere più complesse e articolate, spaziando dalla prevenzione alla creazione di luoghi dedicati agli adolescenti. Le sole misure repressive, infatti, non sono sufficienti a risolvere le problematiche legate alla devianza giovanile e al disagio adolescenziale.