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Un'opera attribuita a Leonardo da Vinci fu offerta al Comune di Monza nel 1962. Dopo perizie contrastanti, l'acquisto fu rifiutato, salvando potenzialmente l'ente da una truffa.

La proposta di un'opera leonardesca a Monza

Gli archivi storici di Monza custodiscono una storia affascinante. Nel 1962, un commercialista milanese propose al Comune un dipinto di eccezionale valore. L'uomo sosteneva si trattasse di una pala d'altare di Leonardo da Vinci. La sua intenzione era cederla a un ente pubblico per preservarla da speculazioni private. L'allora sindaco, Giovanni Centemero, ricevette la missiva il 4 luglio. L'offerta prometteva fama e prestigio, arricchendo le collezioni cittadine. L'opera fu denominata dal venditore «Pala di Santa Caterina». L'occasione ricordava l'acquisto della Pietà Rondanini da parte di Milano solo dieci anni prima.

Perizie e dubbi sull'autenticità

La vicenda è emersa grazie al concorso «I documenti raccontano». Gabriele Locatelli, responsabile degli Archivi, ha portato alla luce la corrispondenza. Il commercialista descriveva il ritrovamento del dipinto nel 1950. Affermava che studi e radiografie ne confermassero l'autenticità leonardesca. La lettera sottolineava l'interesse nazionale dell'opera. Si voleva evitare che cadesse in mani private. La proposta generò subito dibattito. Prima di procedere, era fondamentale verificarne l'autenticità. Un critico d'arte di fama aveva già rilasciato una perizia nel 1953. Questa definiva l'opera «di eccezionale bellezza e interesse». Il critico la paragonava alla Vergine delle Rocce del Louvre. Descriveva il tipico sfumato leonardesco. L'entusiasmo iniziale sembrava giustificare l'acquisto.

Il dietrofront del Comune di Monza

Il prezzo richiesto era di 50 milioni di lire. Un importo significativamente inferiore rispetto ai 115 milioni per la Pietà Rondanini. Il sindaco Centemero si rivolse a Giuseppe Galbiati, direttore dei Musei monzesi. Iniziò un complesso iter di perizie. I pareri, però, si rivelarono discordanti. Alcuni esperti confermavano la paternità leonardesca. Altri, pur riconoscendo l'alta qualità pittorica, nutrivano dubbi. Si ipotizzavano autori come Marco d’Oggiono, Bramantino o Boltraffio. Nomi importanti, ma non paragonabili al Maestro. La confusione regnava sovrana. Il direttore Colombo, uomo di grande rigore, espresse perplessità l'11 gennaio 1963. Pur riconoscendo il valore dell'opera, dubitava fosse effettivamente di Leonardo. Il Comune chiese un'ulteriore valutazione. Questa volta a un pittore monzese, consulente d'arte per il Tribunale di Milano. La sua perizia del 13 febbraio 1963 fu definitiva. Sconsigliò l'acquisto, anche per soli 5 milioni di lire. L'affare sfumò, tra delusione e sollievo. Il dipinto si troverebbe oggi in un museo in Calabria. I proprietari attuali starebbero valutando una nuova perizia.

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