Cronaca

Moda, sfruttamento e tuguri: giacche da 2000 euro a Milano

18 marzo 2026, 02:55 5 min di lettura
Moda, sfruttamento e tuguri: giacche da 2000 euro a Milano Immagine generata con AI Milano
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Indagine a Milano svela sfruttamento nella filiera della moda: giacche di lusso prodotte in condizioni degradanti. Sotto inchiesta marchi noti e figure apicali.

Indagine shock su filiera moda a Milano

Un'operazione della Guardia di Finanza di Milano ha scoperchiato un sistema di sfruttamento lavorativo nel settore della moda. L'indagine ha portato alla luce condizioni di lavoro disumane per operai cinesi. Questi venivano impiegati nella confezione di capi d'abbigliamento di alta gamma. Le accuse includono caporalato e sfruttamento della manodopera. Le aziende coinvolte sono Alberto Aspesi Spa e Dama Spa. Quest'ultima è nota per il marchio Paul&Shark.

La procura di Milano ha coordinato le indagini. I magistrati hanno disposto il controllo giudiziario per entrambe le società. Questo provvedimento prevede la nomina di amministratori esterni. Il loro compito sarà ripristinare la legalità nella catena produttiva. Le indagini mirano a fare luce sugli appalti e sulle condizioni di lavoro nella filiera della moda.

Le perquisizioni hanno interessato un laboratorio a Garbagnate Milanese. Qui venivano confezionati capi destinati a marchi prestigiosi. Le condizioni igieniche e abitative degli operai erano estremamente precarie. Sono stati scoperti veri e propri tuguri utilizzati come dormitori. La situazione ha destato profonda preoccupazione tra gli inquirenti.

Tuguri e sfruttamento: la realtà dietro l'alta moda

Nei laboratori di Garbagnate Milanese, gli abiti griffati Aspesi e Paul&Shark venivano preparati per la consegna. A poca distanza, sono stati trovati i luoghi dove dormivano gli operai. Si trattava di stanze anguste e sporche. Erano dotate solo di un vecchio ventilatore per la circolazione dell'aria. Mancavano finestre e le condizioni generali erano invivibili.

La manodopera impiegata era prevalentemente cinese. Gli operai lavoravano senza contratto regolare. Venivano pagati in nero e reclutati tramite passaparola. Anche piattaforme online utilizzate nella comunità straniera erano impiegate per il reclutamento. Le testimonianze raccolte dagli inquirenti dipingono un quadro desolante.

Uno degli operai ha dichiarato di lavorare sei giorni a settimana. L'orario andava dalle 8 alle 17. Il suo guadagno mensile si aggirava intorno ai mille euro. Tuttavia, altre testimonianze e analisi sui consumi elettrici suggeriscono orari ben più estenuanti. I cartelli scritti in cinese indicavano orari di lavoro dalle 8 alle 22, sette giorni su sette. Le attività nel laboratorio iniziavano alle 6:30 e terminavano alle 20:30, senza interruzioni.

La Guardia di Finanza ha documentato queste condizioni attraverso sopralluoghi e analisi. Le immagini dei dormitori scoperti hanno evidenziato la gravità della situazione. Questo scenario contrasta nettamente con l'immagine di lusso e prestigio associata ai marchi coinvolti.

Caporalato e indagini: sette persone indagate

L'indagine, coordinata dal pm Paolo Storari, si inserisce in un contesto più ampio di controlli sul caporalato. Le autorità hanno messo sotto la lente d'ingrandimento la filiera degli appalti nell'alta moda. L'obiettivo è garantire il rispetto della legalità e dei diritti dei lavoratori.

Tra i sette indagati figurano figure di spicco delle aziende coinvolte. C'è Francesco Umile Chiappetta, presidente di Aspesi. C'è anche Andrea Dini, amministratore delegato di Dama. Quest'ultimo è anche cognato del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. La posizione di Andrea Dini era già stata al centro di un'indagine nel 2020. Allora era indagato per turbativa d'asta in relazione alla produzione di camicie per la centrale acquisti regionale Aria spa. La sua posizione fu poi archiviata nel 2022.

La moglie di Attilio Fontana, pur non essendo indagata, detiene il 10% della società Dama tramite una srl. La vicenda giudiziaria ha riacceso i riflettori su questo legame familiare. Il presidente Fontana ha dichiarato: «Mio cognato dimostrerà la sua innocenza».

Le due società, Alberto Aspesi Spa e Dama Spa, sono ora sotto controllo giudiziario. La nomina di amministratori esterni mira a supervisionare e correggere le pratiche illecite. L'obiettivo è assicurare un futuro più etico e legale alla filiera produttiva.

Il blitz della Finanza e i margini di profitto

L'indagine è partita da un'ispezione della Guardia di Finanza in un laboratorio di Garbagnate Milanese. La struttura era gestita dalla società cinese M&G Confezioni, successivamente rinominata Gmax 365. Durante il blitz, sono stati trovati giubbotti destinati alla vendita al dettaglio. Nelle boutique, questi capi potevano raggiungere il prezzo di 1.945 euro.

Il costo di produzione per i brand, invece, si attestava intorno ai 107 euro. Questo generava margini di guadagno elevatissimi, stimati tra il 95% e l'87%. Questi dati evidenziano un'enorme discrepanza tra il costo del lavoro e il prezzo finale del prodotto. La differenza è chiaramente riconducibile allo sfruttamento della manodopera.

Una ex impiegata italiana del laboratorio ha fornito dettagli cruciali agli inquirenti. Ha spiegato che le tariffe erano stabilite dalle società committenti. «Il prezzo lo decidevano Dama e Aspesi», ha affermato. Questa testimonianza è fondamentale per attribuire responsabilità alle figure apicali.

La donna, che in passato aveva lavorato direttamente per Dama, ha raccontato anche di essere stata licenziata durante la pandemia. Successivamente, le era stato proposto di lavorare presso la M&G, con cui Paul&Shark già collaborava. Ha riferito che, prima dell'intervento della Gdf, solo Aspesi aveva effettuato un audit. Tuttavia, tale controllo sembra essere stato superficiale.

Controlli superficiali e indifferenza dei committenti

I pm Storari e Daniela Bartolucci hanno sottolineato la natura dei controlli effettuati dai committenti. Questi audit erano focalizzati unicamente sulla qualità del prodotto finito. Venivano completamente ignorati gli aspetti legati alla sicurezza sul lavoro e alle condizioni degli operai. Questa indifferenza è un elemento chiave nell'indagine.

I magistrati ritengono «francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali» di Dama Spa e Aspesi Spa. La loro condotta suggerisce una consapevolezza delle pratiche illecite. L'atteggiamento di chiusura verso le problematiche sociali ed etiche è evidente.

Le conclusioni dell'indagine evidenziano una forte dissonanza. Quanto emerso «stride con il protocollo d’intesa sottoscritto il 26 maggio 2025». Questo accordo era stato firmato presso la Prefettura di Milano. L'obiettivo era garantire il rispetto della legalità nella filiera della moda. Le pratiche scoperte dimostrano un totale disprezzo per gli impegni presi.

L'inchiesta continua per accertare tutte le responsabilità. La vicenda solleva interrogativi importanti sulla sostenibilità etica dell'industria della moda. La pressione sui costi e la ricerca di profitti sempre maggiori sembrano aver portato alcune aziende a superare ogni limite.

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