La Procura di Milano contesta la decisione del gip di non disporre il controllo giudiziario per le società Dama-Paul&Shark e Alberto Aspesi &C. L'accusa è di sfruttamento di lavoratori cinesi nel settore moda.
Procura ricorre contro gip per controllo giudiziario
La Procura di Milano ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame. L'obiettivo è ottenere il controllo giudiziario per le società Dama, legata al marchio Paul&Shark, e Alberto Aspesi &C. Queste aziende sono indagate per il loro presunto coinvolgimento nello sfruttamento di operai cinesi. La richiesta iniziale della Procura era stata respinta dal giudice per le indagini preliminari (gip).
Il gip, Roberto Crepaldi, aveva ritenuto insussistenti i presupposti per imporre il controllo giudiziario. Non era stata provata, secondo il giudice, la partecipazione dei due indagati, l'amministratore delegato Andrea Dini e Francesco Umile Chiappetta, al reato. La Procura, invece, sostiene che le prove raccolte dimostrino il contrario.
Le motivazioni dell'accusa: “Tutti sapevano”
I pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci hanno depositato un atto di appello di nove pagine. In esso, evidenziano gli elementi d'indagine che, a loro parere, confermano l'impiego di lavoratori in condizioni di sfruttamento. Le aziende indagate avrebbero concorso dolosamente in questo reato.
Secondo i magistrati, gli opifici cinesi dove venivano impiegati gli operai non sono entità separate. Essi sarebbero invece parte integrante dell'attività produttiva dei marchi di moda. Vengono descritti come una sorta di «reparto produttivo» o «azienda distaccata» dei brand.
La Procura ritiene che un amministratore giudiziario debba intervenire. Il suo compito sarebbe quello di regolarizzare la posizione dei lavoratori cinesi. Dovrebbe instaurare rapporti di lavoro regolari con i brand coinvolti.
Contestazioni alla decisione del gip
I pm contestano la valutazione del gip. Affermano che il giudice non avrebbe considerato appieno un'integrazione alla richiesta riguardante una perquisizione. Viene inoltre sollevato il dubbio sul perché i dipendenti delle aziende non avrebbero dovuto segnalare ai propri superiori le gravi irregolarità riscontrate.
L'accusa è perentoria: all'interno di Dama e Aspesi, «tutti sapevano quello che succedeva negli opifici». Questa affermazione suggerisce una consapevolezza diffusa delle condizioni di sfruttamento.
L'inchiesta si concentra sul caporalato nel settore tessile. Vengono citati casi in cui giacche dal valore di migliaia di euro venivano confezionate in ambienti degradati. La produzione era affidata a laboratori gestiti da cinesi, ai quali le grandi firme subappaltavano il lavoro.
La vicenda coinvolge marchi noti nel panorama della moda italiana. La Procura mira a ottenere un provvedimento che garantisca maggiore trasparenza e legalità nella filiera produttiva. Il ricorso al Riesame rappresenta un passaggio cruciale per accertare le responsabilità.
Il contesto dell'indagine
L'indagine ha messo in luce pratiche lavorative inaccettabili. Operai, spesso privi di permesso di soggiorno, venivano reclutati da intermediari cinesi. Successivamente, venivano impiegati in condizioni precarie e con orari estenuanti. Le condizioni igieniche nei luoghi di lavoro erano definite «terrificanti».
La Procura sottolinea la durata pluriennale del presunto sfruttamento, indicando circa sette anni di attività illecita. La presenza costante di intermediari e la conoscenza delle condizioni lavorative sono elementi chiave su cui si basa il ricorso.
La decisione del Tribunale del Riesame sarà determinante per l'evoluzione dell'inchiesta. Potrebbe portare all'applicazione di misure cautelari più stringenti per le aziende coinvolte.