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Un uomo è stato condannato a 16 anni per l'omicidio di un collaboratore domestico avvenuto in una villa di Milano. La sentenza è arrivata con rito abbreviato, riconoscendo anche l'accusa di rapina.

Omicidio volontario e rapina: la sentenza

Dawda Bandeh, un uomo di 28 anni originario del Gambia, ha ricevuto una pena di 16 anni di reclusione. La decisione è stata presa dalla giudice per l'udienza preliminare di Milano, Giulia Marozzi, al termine di un processo con rito abbreviato. L'uomo era stato fermato la sera di Pasqua del 2025. Si trovava all'interno di una villa signorile situata in via Randaccio, una zona centrale di Milano. La sua posizione era legata all'accusa di aver strangolato e ucciso Angelito Acob Manansala, un collaboratore domestico di 61 anni di origini filippine. L'uomo lavorava per i proprietari dell'abitazione.

Il pubblico ministero Andrea Zanoncelli, durante le indagini condotte dalla Polizia, aveva contestato a Bandeh l'omicidio volontario. L'accusa includeva anche l'aggravante della minorata difesa. Inoltre, era stata mossa l'imputazione di rapina. Entrambe queste accuse sono state riconosciute nella sentenza emessa.

Capacità di intendere e volere accertata

Una perizia psichiatrica è stata disposta durante la fase delle indagini dal giudice per le indagini preliminari Domenico Santoro. Questa perizia ha stabilito che l'imputato era pienamente capace di intendere e di volere. Anzi, gli esperti hanno evidenziato la sua capacità di "simulare". Questo aspetto è stato considerato rilevante ai fini della valutazione della sua responsabilità.

Dopo il suo arresto, il 28enne è stato interrogato. Ha ammesso di essere entrato nell'abitazione. Ha dichiarato di aver mangiato, fatto una doccia e cambiato i suoi vestiti con quelli trovati nell'armadio. Ha anche affermato di aver dormito. Tuttavia, ha negato di aver commesso l'omicidio.

La dinamica ricostruita dagli inquirenti

La Procura ha invece ricostruito una dinamica differente. Secondo gli inquirenti, quel giorno Bandeh si sarebbe nascosto vicino all'ingresso della villa. Sarebbe entrato per ben due volte. Ha approfittato delle uscite del collaboratore domestico. Quest'ultimo era uscito prima per portare fuori il cane. Poi è rientrato per recuperare un oggetto dimenticato. È stato durante il secondo ingresso che Bandeh si è trovato di fronte il domestico. A quel punto è avvenuta l'aggressione.

Nell'ordinanza di custodia cautelare, gli inquirenti avevano fatto riferimento a una "lucida azione". Si descriveva come Bandeh, dopo l'omicidio, si fosse cambiato i jeans che indossava. Aveva indossato un paio di pantaloni trovati in casa. Successivamente, aveva preso un portafoglio. Al suo interno c'erano 90 euro e 3 mila dollari, che erano custoditi in un armadio. Questo dettaglio sottolinea la premeditazione e la freddezza attribuite all'imputato.

La villa e il contesto

La villa dove è avvenuto il delitto si trova in via Randaccio, una strada prestigiosa nel pieno centro di Milano. La zona è nota per la sua vicinanza a importanti monumenti come l'Arco della Pace. L'abitazione è descritta come una villa in stile Liberty, un'architettura che caratterizza molte dimore storiche della città. L'omicidio è avvenuto in un giorno di festa, la Pasqua del 2025, aggiungendo un elemento di tragica ironia alla vicenda.

Il rito abbreviato

La scelta del rito abbreviato ha permesso di abbreviare i tempi del processo. Questo tipo di rito, previsto dal codice di procedura penale italiano, consente all'imputato di chiedere che il giudizio venga definito allo stato degli atti. In cambio, se condannato, ha diritto a una riduzione della pena pari a un terzo. La sentenza di oggi rappresenta quindi la conclusione di una fase giudiziaria importante per questo caso.

Le origini dell'imputato

Dawda Bandeh, l'uomo condannato, è di origini gambiane. La sua presenza in Italia e i dettagli della sua situazione personale non sono stati specificati nel resoconto. Tuttavia, la sua nazionalità è un elemento emerso nelle indagini e nella ricostruzione dei fatti. La vicenda solleva interrogativi sulla presenza di stranieri in contesti criminali e sulla gestione dei flussi migratori.

Le indagini e le prove

Le indagini sono state condotte dalla Polizia di Stato. Il pubblico ministero Andrea Zanoncelli ha coordinato le attività investigative. Le prove raccolte, inclusa la perizia psichiatrica e le testimonianze, hanno portato alla formulazione delle accuse. La contestazione dell'omicidio volontario con l'aggravante della minorata difesa suggerisce che la vittima fosse in una condizione di particolare vulnerabilità. La rapina, invece, indica un movente economico.

La reazione della comunità

La notizia di un omicidio avvenuto in una zona residenziale e prestigiosa di Milano ha destato preoccupazione. La violenza in un contesto domestico, specialmente in un giorno di festa, colpisce profondamente l'opinione pubblica. Le autorità hanno sottolineato l'importanza di garantire la sicurezza dei cittadini e di perseguire i responsabili di tali crimini.