Cronaca

Marco Cappato: archiviate accuse per suicidio assistito

11 marzo 2026, 13:30 2 min di lettura
Marco Cappato: archiviate accuse per suicidio assistito Immagine da Wikimedia Commons Milano
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Archiviazione per Marco Cappato: il contesto legale

Il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, è stato scagionato dalle accuse di aiuto al suicidio. La decisione è stata presa dalla Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) del Tribunale di Milano, Sara Cipolla, accogliendo la richiesta della Procura.

L'indagine riguardava l'accompagnamento di due pazienti terminali in Svizzera per accedere al suicidio assistito. La GIP ha basato la sua decisione sui principi stabiliti dalla Corte Costituzionale in materia di fine vita.

I casi di Elena e Romano: rifiuto dell'accanimento terapeutico

Nel 2022, Marco Cappato si era autodenunciato per aver assistito Elena, 69enne malata terminale di cancro, e Romano, 82enne affetto da Parkinson avanzato, nel loro viaggio verso la clinica Dignitas di Zurigo. Entrambi avevano scelto di porre fine alle loro sofferenze.

La giudice Cipolla ha evidenziato come i due pazienti fossero tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale. Tuttavia, questi trattamenti erano stati rifiutati da entrambi perché ritenuti inutili e configuranti un accanimento terapeutico.

La sentenza della Consulta e l'interpretazione estensiva

La decisione della GIP milanese si inserisce in un quadro giuridico in evoluzione, segnato dalla storica sentenza della Corte Costituzionale del 2019 sul caso di Dj Fabo. Tale sentenza aveva posto quattro condizioni per il suicidio assistito: patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, capacità decisionale del paziente e mantenimento in vita tramite trattamenti di sostegno vitale.

Nei casi di Elena e Romano, la condizione del sostegno vitale era stata rifiutata come accanimento terapeutico. La Procura, con un'interpretazione estensiva della sentenza della Consulta, aveva sostenuto che il supporto a chi sceglie il suicidio assistito, in assenza di trattamenti che non siano accanimento terapeutico, non dovesse essere punibile.

Questa tesi è stata accolta dalla GIP, che ha anche considerato la legge 219 del 2017 sul consenso informato e i principi costituzionali di dignità umana e diritto alla salute. Una successiva sentenza della Consulta, nel maggio 2025, ha ulteriormente rafforzato questa linea interpretativa, portando all'archiviazione odierna.

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