La storica libreria Hoepli, fondata nel 1872, è in liquidazione. L'articolo riflette sulla perdita di un patrimonio culturale di fronte alla prevalenza dei valori economici.
Hoepli: oltre 150 anni di storia in bilico
La libreria Hoepli, un'istituzione milanese, affronta la liquidazione. Fondata nel lontano 1872, questa casa editrice ha rappresentato per oltre un secolo e mezzo un faro nel panorama culturale, scientifico e divulgativo italiano. La sua chiusura solleva interrogativi profondi sul valore che la società attribuisce alla cultura.
La domanda fondamentale è quanto valgano realmente oltre 150 anni di storia. Sembra che, al di fuori di un mero calcolo economico, questo immenso patrimonio venga considerato irrilevante. È una realtà che spesso accettiamo passivamente, ma che ci indigna profondamente quando si manifesta in casi eclatanti.
Il caso Hoepli rappresenta proprio uno di questi momenti. La storica casa editrice è stata messa in liquidazione, suscitando tristezza e appelli, ma poche azioni concrete. Ci si chiede chi e come si stia muovendo per preservare questo tesoro storico-culturale.
La logica del profitto prevale sulla cultura
Le iniziative concrete per salvare Hoepli sembrano essere poche. Coloro che si muovono, agiscono legittimamente per un proprio tornaconto. Questo riflette una società dove il parametro economico è diventato l'unico vero valore.
In questo scenario, il colosso editoriale Mondadori ha mostrato interesse. Tuttavia, il suo interesse è focalizzato esclusivamente sulla divisione scolastica. Questa branca è considerata sicura e redditizia, dato che l'istruzione, nel bene o nel male, è una necessità costante.
Anche attori internazionali si fanno avanti. Gli americani, con un approccio ancora meno sottile, guardano al palazzo. Il loro interesse è rivolto al «buon vecchio redditizio mattone», piuttosto che alla manualistica o al contenuto culturale.
Questa dinamica, seppur corretta secondo le logiche di mercato, porta a una riflessione amara. Sappiamo e accettiamo queste regole, come premesso inizialmente. Tuttavia, è fondamentale evitare ipocrisie e finte indignazioni.
L'indignazione selettiva e il modello di sviluppo
Non possiamo permetterci di scandalizzarci di fronte alla scomparsa di un pezzo di storia. Che si tratti di una casa editrice storica o di una piccola bottega familiare che cede il passo a una catena di ipermercati, la perdita è significativa.
Questo avviene se non siamo disposti a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo. L'indignazione «un tanto al chilo», che scatta come riflesso condizionato solo per i grandi nomi, è parte integrante del problema.
La libreria Hoepli, con la sua sede storica in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, rappresenta un simbolo. La sua possibile chiusura è un campanello d'allarme per l'intero settore culturale. La sua fondazione nel 1872 da parte di Ulrico Hoepli, un editore svizzero, segnò l'inizio di un'avventura editoriale che ha segnato generazioni di studenti e appassionati.
La sua attività spaziava dalla pubblicazione di testi scientifici e tecnici a manuali pratici, passando per opere di divulgazione e testi scolastici. La sua libreria, un vero e proprio tempio del sapere, offriva un catalogo vastissimo e una selezione accurata di volumi.
La notizia della liquidazione ha scatenato reazioni emotive sui social media e tra gli addetti ai lavori. Molti hanno espresso il proprio dispiacere e la propria preoccupazione per la perdita di un punto di riferimento. Si teme che questo evento possa aprire la strada ad altre chiusure simili nel settore.
Il contesto economico attuale, caratterizzato da una forte pressione sui margini e dalla concorrenza delle piattaforme online, rende difficile la sopravvivenza per le realtà editoriali più piccole o storiche. La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente aggravato la situazione, colpendo duramente il settore delle librerie fisiche.
L'interesse di Mondadori per la sola divisione scolastica evidenzia una strategia mirata al profitto. Le altre aree, meno redditizie ma culturalmente vitali, rischiano di andare perdute. L'interesse degli investitori americani per l'immobile, invece di per il contenuto editoriale, sottolinea la crescente mercificazione del patrimonio culturale.
La riflessione lanciata dall'editoriale è chiara: se non si cambia paradigma, accettando che la cultura abbia un valore intrinseco oltre quello economico, episodi come la liquidazione di Hoepli diventeranno sempre più frequenti. L'indignazione deve trasformarsi in azione concreta, supportando le realtà culturali e promuovendo politiche che ne salvaguardino l'esistenza.
La storia di Hoepli è un monito. Ci ricorda che la cultura non è un bene di consumo come un altro, ma un pilastro fondamentale della società. La sua salvaguardia richiede un impegno collettivo, che vada oltre le dichiarazioni di circostanza e si traduca in scelte concrete e lungimiranti.
La speranza è che, di fronte a questo clamoroso caso, si possa innescare un dibattito più ampio e profondo sul futuro della cultura in Italia. Un futuro che non può prescindere dalla valorizzazione del suo patrimonio storico e dalla sostenibilità delle realtà che lo custodiscono e lo diffondono.
La liquidazione di Hoepli non è solo la fine di un'azienda, ma il simbolo di una tendenza preoccupante. Una tendenza che rischia di impoverire il tessuto culturale del nostro Paese, privilegiando il guadagno immediato a scapito del valore a lungo termine.