Gianni Brera, giornalista sportivo di spicco, ha lasciato un'impronta indelebile nel giornalismo italiano. La sua abilità linguistica e la capacità di creare soprannomi memorabili hanno definito un'epoca.
L'arte di Brera: soprannomi e neologismi
Gianni Brera, noto anche come Gioannbrerafucarlo, è stato una figura centrale nei servizi sportivi de Il Giorno fin dal suo esordio. La sua penna immaginifica eccelleva nell'inventare soprannomi e neologismi. Questi termini cogliévano l'essenza dei campioni sportivi. Molti di questi nomignoli sono entrati nell'immaginario collettivo.
Tra i suoi celebri soprannomi figurano «Abatino» per Rivera, promosso poi a «Episcopus». L'allenatore Herrera diventava «Accaccone». Gigi Riva era «Rombo di tuono», mentre Giovanni Lodetti era soprannominato «Baslèta» per il suo mento pronunciato. Boninsegna divenne «Bonimba», Paolo Pulici «Puliciclone» e Walter Zenga «Deltaplano».
Brera ha lavorato per Il Giorno fino al 1967. Successivamente ha diretto il Guerin Sportivo. È poi tornato brevemente alla testata milanese nel 1973. La sua carriera è stata costellata di pezzi memorabili che hanno fatto la storia del giornalismo sportivo.
Le Olimpiadi di Roma 1960: un racconto vivido
Un esempio della sua scrittura coinvolgente è un suo articolo sulle Olimpiadi del 1960, pubblicato il 4 settembre. Brera descrive l'emozione e la tensione vissute durante la finale olimpica vinta da Livio Berruti. Racconta la sua sensazione di scarica nervosa, paragonabile a quella di un medium dopo un lungo raptus.
«Ho sognato di scrivere questo articolo per tutta la mia vita», scriveva Brera. Descrive il suo cuore che batteva forte, simile all'emozione del suo primo lancio con il paracadute. Ha seguito la finale con apparente freddezza, ma con una rapidità di immagini allucinante.
Accanto a lui c'era Pasquale Stassano, segretario della Fidal. Stassano, con le sue origini misteriose, possedeva nervi non comuni. Al colpo dello sparo, fu scosso da un tremito impressionante. Si proiettò oltre il parapetto, rischiando di cadere. Brera riuscì a fermarlo, mentre descriveva i primi 100 metri di Berruti.
Il suo cronografo segnava 10’’1, un tempo incredibile. All'arrivo, registrò 20’’4. Brera ipotizzava 10’’2 in curva, definendolo un tempo da arcangeli. Nel frattempo, Stassano, teso come una corda, gli chiese con voce sognante se avesse visto la parte finale della gara.
Alla notizia della vittoria di Berruti, Stassano rovesciò gli occhi e svenne. Brera si sentì anch'egli svuotato, temendo per sé e per i suoi cari. Sentiva di non aver scritto invano i suoi cinque libri di atletica leggera. Lo svenimento di Stassano rappresentò una liberazione dopo la tensione.
La descrizione di Berruti e degli avversari
Brera descrive Livio Berruti come un atleta dall'aerea levità di gazzella. Il suo volto, però, era contratto in una smorfia volitiva e atterrente. Lo definisce un ragazzino bello e armonioso, ma interamente fatto di nervi. Alle sue spalle, cavalcavano avversari descritti come diavoli orrendi.
Erano uomini imponenti, appartenenti a una razza spaventosamente vitale, giovane, truculenta e belluina. Questa vivida descrizione cattura l'intensità della competizione e la differenza fisica tra Berruti e i suoi rivali. L'articolo di Brera non è solo cronaca, ma un'opera letteraria.
La sua capacità di intrecciare la narrazione sportiva con riflessioni personali e descrizioni evocative lo rende un maestro indiscusso. La sua eredità vive ancora oggi nel modo in cui lo sport viene raccontato. Le sue parole continuano a ispirare generazioni di giornalisti e appassionati.