Cecchini Sarajevo: nuovi indagati, anche un manager lombardo
Inchiesta "cecchini del weekend" si allarga
La Procura di Milano ha ampliato le indagini sui cosiddetti «cecchini del weekend», italiani che negli anni '90 avrebbero partecipato a presunti «safari umani» a Sarajevo. L'inchiesta, partita da un esposto, mira a fare luce su un'organizzazione che offriva trasferte nelle zone di conflitto a pagamento.
Nuovi elementi investigativi emergono da testimonianze raccolte, che stanno componendo un quadro complesso. L'indagine si estende ora anche in Lombardia e nel centro Italia, con l'iscrizione di ulteriori persone nel registro degli indagati.
Nuovi sospettati e profili diversi
Oltre all'80enne Giuseppe Vegnaduzzo, già accusato di omicidio volontario aggravato e sospettato di essere uno dei cecchini, sono ora indagati altri due uomini. Tra questi figura un facoltoso imprenditore lombardo, il cui tenore di vita negli anni '90 avrebbe potuto consentirgli di finanziare tali trasferte.
Un profilo decisamente differente rispetto a Vegnaduzzo, operaio e autotrasportatore con simpatie politiche di estrema destra. L'altro nuovo indagato risiede nel centro Italia.
Partenze anche dal Piemonte
Le verifiche degli inquirenti non si fermano qui. Si ipotizza che altri presunti «cecchini del weekend» possano aver agito partendo anche dal Piemonte. L'inchiesta suggerisce un coinvolgimento di professionisti, manager e imprenditori, descritti come «ricchi e annoiati», attratti dalla caccia e in cerca di forti emozioni.
I nuovi indagati potrebbero essere convocati a breve per essere interrogati, mentre Vegnaduzzo ha già respinto ogni accusa, affermando di non essere mai stato in Bosnia e di non aver sparato a civili.
Le origini dell'indagine
L'indagine ha preso avvio grazie all'esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, autore del libro «I cecchini del weekend». Ulteriori elementi sono stati forniti da avvocati esperti in materia di terrorismo. Alcuni presunti partecipanti si sarebbero vantati delle loro azioni, lasciando frasi che ora assumono un peso investigativo.
Le testimonianze, sebbene raccolte a distanza di anni, stanno trovando riscontri. Le presunte partenze per il «safari» criminale in Italia sarebbero state coordinate da Milano e Trieste, considerate punti di accesso verso i Balcani. Il ritrovamento di un magazzino in periferia a Milano, utilizzato come punto di ritrovo, e l'uso di un gergo specifico come «arcieri» per i cecchini e «cervi» per le vittime, completano il quadro.
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