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Una donna cardiopatica è deceduta per un infarto poche ore dopo essere stata dimessa dall'ospedale di Magenta. Il medico che l'ha visitata è stato condannato a pagare 86mila euro all'ASST.

Negligenza medica a Magenta: un infarto fatale

Una tragica vicenda giudiziaria si è conclusa a Magenta. Una paziente cardiopatica, affetta da pregresse patologie cardiache, è deceduta a causa di un infarto miocardico acuto. Il fatto è avvenuto nel luglio 2021.

La donna, di 57 anni, era stata ricoverata presso l'ospedale Fornaroli di Magenta. Il ricovero era durato sei giorni. La causa era un sospetto infarto miocardico. Gli esami effettuati, tra cui la coronografia, non avevano evidenziato lesioni ostruttive significative. Era stato comunque confermato il mantenimento del risultato di una precedente angioplastica.

Questa procedura era stata eseguita nel luglio 2020. Aveva comportato il posizionamento di tre stent. Lo scopo era riaprire un'arteria coronaria. Quest'ultima era occlusa da tessuto cicatriziale. La restenosi si era formata all'interno di uno stent precedente. Questo era stato impiantato nel marzo 2019, dopo un primo infarto della paziente.

Nuovi sintomi e dimissioni: la catena di errori

La sera del 17 luglio 2021, la donna si è ripresentata al pronto soccorso del Fornaroli. Lamentava nausea e ipertensione. Aveva anche riferito un dolore toracico. Questo sintomo si era manifestato in mattinata e si era risolto spontaneamente. La paziente è entrata in sala visita alle 00:50.

L'anamnesi riportava: “Giunge per malessere stasera dopo essersi svegliata, episodio di vomito alimentare (cena a Mc Donald’s). Attualmente remissione della sintomatologia. Stamane picco pressorio con normalizzazione dopo Xanax e amlodipina”. Lo Xanax è un ansiolitico. L'amlodipina è un farmaco antipertensivo.

Nonostante la storia clinica e i sintomi riferiti, la paziente è stata dimessa. La diagnosi formulata è stata “vomito solo”. La terapia prescritta consisteva in una compressa di Xanax serale e abbondante idratazione orale. Questa decisione si rivelerà fatale.

Il decesso e l'autopsia: la conferma dell'infarto

La mattina seguente, alle 9:27, è stata inviata un'ambulanza a casa della donna. Aveva avuto un malore ed era caduta, procurandosi un trauma cranico. Durante il trasporto in ospedale, la paziente ha avuto un arresto cardiocircolatorio. Nonostante le manovre di rianimazione, l'uso del defibrillatore e la somministrazione di adrenalina, non è stato possibile salvarle la vita.

Il decesso è stato dichiarato alle 10:50. L'esame autoptico ha confermato la presenza di un esteso infarto miocardico acuto. L'infarto era in fase di organizzazione. La sua insorgenza era retrodatabile a non meno di 24 ore prima del decesso.

Ciò significa che il terzo infarto, quello che è risultato fatale, era già in corso quando la paziente si trovava in pronto soccorso. Questo elemento ha sollevato seri dubbi sulla gestione del caso.

I mancati accertamenti e la richiesta di risarcimento

L'avvocato Andrea Fabio Scaccabarozzi, che ha assistito il marito, il figlio e il fratello della donna, ha parlato di “gravissimo caso di negligenza e imperizia diagnostica”. Secondo il legale, sarebbero bastati esami semplici per salvare la vita della paziente.

Un elettrocardiogramma (ECG) e il prelievo degli enzimi cardiaci avrebbero potuto diagnosticare tempestivamente l'infarto. Questo avrebbe permesso una rivascolarizzazione d'urgenza, aumentando significativamente le probabilità di sopravvivenza.

Il 31 marzo 2022, i familiari hanno presentato una richiesta di risarcimento all'ASST Ovest Milanese. L'azienda sanitaria, che comprende l'ospedale Fornaroli, è stata ritenuta responsabile per il decesso. La colpa è stata attribuita all'omessa esecuzione di esami diagnostici durante l'accesso al pronto soccorso del 17 luglio 2021 da parte del medico di turno.

Prove schiaccianti e transazione stragiudiziale

Le indagini interne e le perizie hanno confermato le gravi carenze diagnostiche. Il 20 aprile 2023, l'ufficio medico-legale dell'ASST ha dato il via libera a una transazione stragiudiziale. Le possibilità di difesa dell'azienda sanitaria erano considerate “pressoché nulle”.

Le relazioni di un cardiologo e di un esperto della compagnia assicuratrice hanno evidenziato le gravi lacune. L'anamnesi della paziente, cardiopatica e con sintomi riferiti di dolore toracico, non avrebbe dovuto portare il medico a non effettuare nemmeno un ECG di controllo o esami ematochimici specifici.

Questi esami sono fondamentali per confermare o escludere una sofferenza miocardica in corso. Le comuni linee guida per casi simili erano state totalmente disattese. Il 22 marzo 2024, è stato raggiunto un accordo definitivo con la famiglia.

All'ASST sono stati versati 245.376 euro per risarcire i familiari. Questa cifra copre il danno subito dal marito, dal figlio e dal fratello della defunta. La somma è stata erogata a seguito della transazione stragiudiziale.

La condanna del medico e il risarcimento all'ASST

La vicenda non si è conclusa con il risarcimento ai familiari. L'ASST Ovest Milanese ha deciso di rivalersi sulla dottoressa responsabile della mancata diagnosi. Sei mesi dopo la transazione, il 30 settembre 2024, l'azienda sanitaria ha segnalato l'accaduto alla Procura della Corte dei Conti.

L'obiettivo era ottenere un risarcimento dalla dottoressa F.C., il medico che aveva visitato la paziente quella sera. I magistrati contabili hanno richiesto un parere tecnico a uno specialista in Cardiologia e Cardiochirurgia.

Il perito ha definito il comportamento del medico “gravemente carente”. Le criticità sono state riscontrate sia dal punto di vista anamnestico che clinico, strumentale, di laboratorio e della diagnosi finale. Il verdetto è stato inappellabile.

La dottoressa F.C., difesa dagli avvocati Gian Carlo Soave e Roberto Grittini, ha contestato la correttezza della propria condotta. Tuttavia, ha chiesto di accedere a una definizione abbreviata del giudizio di responsabilità. Ha offerto il pagamento di 85.882 euro.

Questa somma corrisponde al 35% della cifra totale pagata dall'azienda sanitaria ai familiari. La Procura e i giudici hanno ritenuto la somma offerta “non meramente simbolica”, ma un “serio ristoro”. L'accordo è stato approvato.

I soldi sono stati bonificati in un'unica soluzione lo scorso 29 gennaio. L'ospedale di Magenta, attraverso l'ASST Ovest Milanese, ha quindi recuperato una parte significativa delle spese sostenute per il risarcimento del danno.

Il contesto normativo e sanitario

Questo caso solleva importanti questioni sulla responsabilità medica e sulla gestione delle emergenze sanitarie. La legge italiana prevede meccanismi di rivalsa da parte delle strutture sanitarie nei confronti dei professionisti che commettono errori gravi.

La legge Gelli-Bianco (Legge n. 24/2017) ha riformato la responsabilità professionale sanitaria. Essa distingue tra responsabilità penale e civile del medico. Ha inoltre introdotto norme sulla responsabilità della struttura sanitaria.

Nel caso di colpa grave del medico, la struttura sanitaria che ha risarcito il danneggiato può agire in regresso contro il professionista. Questo è quanto avvenuto a Magenta. L'ASST ha esercitato il proprio diritto di rivalsa.

La decisione della Corte dei Conti di chiedere un parere specialistico conferma la serietà delle contestazioni. La valutazione del comportamento del medico è stata rigorosa. L'esito ha portato a una condanna pecuniaria.

La cifra pagata dalla dottoressa, 85.882 euro, rappresenta un monito. Serve a sottolineare l'importanza della diligenza e della perizia nell'esercizio della professione medica. Soprattutto in contesti delicati come il pronto soccorso, dove le decisioni devono essere rapide e accurate.

La vicenda evidenzia anche l'importanza della formazione continua per il personale sanitario. Aggiornare le proprie conoscenze e competenze è fondamentale per garantire la migliore assistenza possibile ai pazienti. Le linee guida cliniche sono strumenti essenziali per la pratica medica.

L'ospedale Fornaroli di Magenta, come altre strutture sanitarie, è chiamato a garantire standard elevati di cura. La sicurezza dei pazienti è la priorità assoluta. Incidenti come questo, purtroppo, possono accadere. Ma è fondamentale che vengano analizzati a fondo per evitare il ripetersi di errori simili.

La trasparenza nella gestione di questi casi è cruciale. La comunicazione con i familiari dei pazienti è un aspetto fondamentale. La vicenda di Magenta, pur nella sua tragicità, si è conclusa con un percorso giudiziario che ha portato a un risarcimento e a una sanzione.

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