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Due medici dell'ospedale Vito Fazzi di Lecce sono stati assolti con formula piena per il suicidio di un paziente avvenuto nel 2022. La decisione del tribunale ha stabilito che il fatto non sussiste, mettendo fine a un'indagine durata anni.

Sentenza di Assoluzione per Medici del Vito Fazzi

Il Tribunale di Lecce ha emesso una sentenza di assoluzione per due professionisti sanitari. I medici operavano presso il reparto di Neurochirurgia dell'ospedale Vito Fazzi. La vicenda giudiziaria riguardava il decesso di un paziente. Questo evento tragico era avvenuto il 23 dicembre 2022. La giudice Annalisa De Benedictis ha pronunciato la decisione. L'assoluzione è stata sancita con la formula «perché il fatto non sussiste».

L'indagine era partita a seguito di una denuncia presentata dai familiari del defunto. Essi erano rappresentati in aula dagli avvocati Paolo Spalluto e Mario Pede. Durante il processo penale, anche la pubblica accusa ha chiesto l'assoluzione. La sostituta procuratrice Maria Vallefuoco ha invocato un verdetto di non colpevolezza. Le motivazioni dettagliate della sentenza saranno rese note entro novanta giorni dalla data odierna.

Questo esito segna la conclusione di un complesso iter giudiziario. Ha coinvolto il personale medico e la direzione sanitaria dell'importante presidio ospedaliero salentino. La sentenza stabilisce l'estraneità dei medici alle accuse mosse. Esse riguardavano la presunta omissione di misure cautelative. La decisione mira a fare chiarezza sulle responsabilità in un caso di estrema delicatezza.

Ricostruzione dei Fatti e Ricovero del Paziente

I fatti che hanno portato alla vicenda giudiziaria risalgono al 22 dicembre 2022. Un uomo fu trasferito dall'ospedale di Galatina al Vito Fazzi. Il trasferimento era finalizzato a specifici accertamenti oncologici. Era stata riscontrata la presenza di una massa tumorale. La condizione del paziente era già nota alle autorità sanitarie. Era affetto da un disturbo depressivo significativo. Questo disturbo era caratterizzato da intenti suicidari.

Il paziente era già in cura con psicofarmaci. La documentazione sanitaria allegata al suo trasferimento ne attestava chiaramente lo stato di salute mentale. I familiari avevano già informato il personale sanitario della struttura. Avevano manifestato le sue intenzioni autolesionistiche. Una prescrizione medica del 19 dicembre precedente indicava una terapia specifica. Questa includeva antipsicotici e antidepressivi. La prescrizione conteneva anche una raccomandazione esplicita. Si chiedeva di mantenere il paziente sotto stretto controllo.

Il giorno seguente, il 23 dicembre, intorno alle ore 13:00, si verificò la tragedia. L'uomo, un 63enne residente ad Arnesano, compì l'estremo gesto. Si lanciò dalla finestra della sua stanza. La stanza si trovava al primo piano del reparto ospedaliero. La finestra affacciava a un livello corrispondente al quarto piano della strada sottostante. L'impatto con il suolo fu purtroppo fatale. La morte sopraggiunse immediatamente.

Le Accuse Contestate ai Medici

Secondo il capo di imputazione iniziale, i due dirigenti medici imputati avrebbero commesso delle gravi negligenze. Il primo medico era il responsabile che aveva effettuato l'accettazione del paziente la sera del 22 dicembre. Il secondo era il medico di turno presente la mattina del 23 dicembre. L'accusa principale verteva sull'omissione di misure di cautela adeguate. Si contestava anche la mancata richiesta di una consulenza psichiatrica preventiva.

Queste azioni, secondo l'accusa, avrebbero violato la Raccomandazione n. 4 del Ministero della Salute. Tale raccomandazione, emanata nel marzo 2008, riguarda la prevenzione del suicidio in ambito ospedaliero. La normativa ministeriale impone protocolli specifici per pazienti a rischio. L'accusa sosteneva che i medici non avessero seguito tali indicazioni. Ciò avrebbe esposto il paziente a un rischio evitabile.

Inoltre, si contestava la mancanza di procedure scritte interne. L'ospedale non avrebbe predisposto protocolli chiari. Questi dovevano riguardare la gestione della sicurezza per pazienti con intenti autolesionistici. La loro presenza in reparti non specialistici, come la Neurochirurgia in questo caso, richiedeva attenzioni particolari. La mancata adozione di tali procedure aggravava la posizione dei sanitari.

La Difesa dei Medici e la Ricostruzione Alternativa

La difesa dei due medici, affidata all'avvocata Ester Nemola, ha presentato una ricostruzione dei fatti radicalmente diversa. Il team legale ha sottolineato come il paziente fosse costantemente monitorato. Il personale infermieristico effettuava controlli ogni quindici minuti. Questo ritmo di sorveglianza era ritenuto adeguato dato il quadro clinico. Il paziente condivideva la stanza con un altro degente. La sua presenza nel reparto di Neurochirurgia era giustificata unicamente da accertamenti diagnostici.

Questi accertamenti erano legati al sospetto di una patologia tumorale. Durante la sua degenza, il paziente non aveva manifestato segnali evidenti. Non aveva dato indicazioni tali da far presagire condotte autolesionistiche o pericolose. Questa assenza di segnali premonitori rendeva, secondo la difesa, ingiustificato il ricorso a misure di contenimento fisico. Tali misure sono generalmente riservate a casi di comprovata e imminente pericolosità.

La difesa ha argomentato che ogni azione intrapresa dal personale medico e infermieristico era in linea con le prassi standard. Non vi era alcuna omissione o negligenza tale da giustificare un'accusa di responsabilità penale. La costante vigilanza infermieristica rappresentava una misura di sicurezza sufficiente. L'assenza di specifici indicatori di rischio rendeva non prevedibile l'evento tragico.

Il Nodo Strutturale delle Finestre

Un ulteriore aspetto sollevato durante il processo ha riguardato la struttura delle finestre. L'avvocato Salvatore Corrado, che rappresentava la ASL di Lecce in qualità di responsabile civile, ha portato un elemento a discarico. Ha sottolineato come la raccomandazione ministeriale del 2008 avesse specifiche indicazioni. Essa prevedeva la chiusura o la messa in sicurezza delle finestre. Tuttavia, questa prescrizione si applicava principalmente alle nuove strutture ospedaliere. Non imponeva, secondo l'interpretazione della difesa e della ASL, la sostituzione degli infissi negli edifici già esistenti.

L'ospedale Vito Fazzi è una struttura storica. Molti dei suoi reparti e delle sue strutture sono preesistenti alla raccomandazione del 2008. L'adeguamento completo di tutti gli infissi a standard di sicurezza anti-suicidio avrebbe comportato costi e interventi strutturali ingenti. La difesa ha sostenuto che la mancata sostituzione delle finestre non potesse costituire un'omissione colposa. Ciò in quanto non vi era un obbligo esplicito per le strutture esistenti.

La giudice De Benedictis, nel pronunciare la sentenza, ha evidentemente considerato questi elementi. La combinazione tra la vigilanza infermieristica, l'assenza di segnali premonitori chiari da parte del paziente e l'interpretazione delle norme strutturali ha portato all'assoluzione. La sentenza chiude un capitolo doloroso per i familiari e per il personale sanitario coinvolto.

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