Diciassette anni dopo il terremoto del 6 aprile 2009, il cratere aquilano registra un avanzamento nella ricostruzione privata, ma quella pubblica fatica. Persistono problemi di spopolamento e disuguaglianze tra centro e periferie.
Avanzamento ricostruzione e sfide attuali
Sono passati diciassette anni dal terremoto che ha colpito il cratere aquilano. La ricostruzione privata ha raggiunto il 77%. Tuttavia, la ricostruzione degli edifici pubblici e scolastici arranca, fermandosi al 50%. Questa situazione lascia un territorio segnato da un cronico spopolamento. Si notano anche una marginalità economica diffusa e un crescente divario tra il centro storico e le aree periferiche. Senza una visione d'insieme, il riscatto di queste zone rimane un obiettivo lontano.
Questi temi sono stati al centro di un recente convegno. L'incontro si è svolto presso la sede della Cgil dell'Aquila. L'urgenza di affrontare queste problematiche è palpabile.
Critiche alle politiche economiche e sociali
Durante il convegno, sono state citate le parole di Bruno Corvi. Questo pensatore, originario di Alizan, aveva messo in guardia contro l'egoismo. Il segretario provinciale della Cgil, Francesco Marrelli, ha richiamato queste parole. Ha sottolineato la necessità di una pianificazione contro le disuguaglianze. Queste riflessioni risuonano oggi di fronte a piani urbanistici incompiuti. I cosiddetti "progetto Case" sembrano isolare anziché integrare le comunità. Il cratere sismico aquilano soffre le conseguenze di un approccio economico sfrenato.
Questo modello genera, come avverte Marrelli, "disuguaglianze e marginalità". Il rapporto tra periferia e centro ne è un esempio lampante. Le periferie si deteriorano, mentre il centro si nobilita. Le scuole rimangono fatiscenti e i servizi sono al collasso. Incentivi come il CSA di Invitalia o gli aiuti post-Covid non sono sufficienti. Vengono definiti "cerotti su un corpo esausto".
La visione urbanistica e la necessità di unità
L'architetto Daniele Iacovone ha spiegato l'impatto del terremoto sull'urbanistica cittadina. Ha evidenziato i numerosi tentativi falliti di redigere piani regolatori. Nemmeno il suo piano ha raggiunto l'obiettivo prefissato. L'intento era riunificare la comunità. Si voleva ricreare un senso di identità e appartenenza. Questo doveva avvenire sia nel centro del capoluogo che nei centri minori. Iacovone li definisce "centri storici minori", non semplici "frazioni". L'Aquila ne conta ben 44.
Oggi, queste identità sono state sostituite dai "Progetti Case" e dai "Map". Il compito di chi pianifica è quindi quello di ricondurre a un'unità. L'identità risiede nei luoghi abitati. Ma anche nei paesaggi naturali che circondano il territorio. La pianificazione deve considerare entrambi gli aspetti.
Appello per una visione unitaria e giustizia sociale
Il segretario Marrelli lancia un monito severo. «Se non mettiamo un freno alle spinte ultraliberiste, accadrà l'irreparabile», afferma. Collega gli articoli 41-42 della Costituzione all'idea di un'economia pianificata. Il contesto sociale richiede uguaglianza. Diciassette anni di aiuti frammentati non hanno fermato l'emorragia demografica. Non hanno ridato slancio alle piccole e medie imprese né all'agroalimentare. Una visione complessiva è necessaria. Questa deve includere partecipazione e giustizia sociale. Si contrappone a un mercato che regola ogni aspetto.
Sono in corso progetti per 200 milioni. Si punta su turismo, banda ultralarga e startup. Ma questi necessitano di una guida unitaria. Serve un timone unico per attrarre investimenti innovativi. L'USRC mira al completamento delle opere. Tuttavia, senza un'integrazione tra ricostruzione e sviluppo, il cratere rimarrà un simbolo di resilienza incompiuta. Il riscatto richiede coraggio. Bisogna superare gli egoismi locali. È fondamentale abbracciare la pianificazione teorizzata da Corvi.
In caso contrario, si rischia di abituarsi a ciò che distrugge. Il tempo stringe. Il Cratere aquilano attende risposte concrete.