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La famiglia di Kevin Laganà, vittima della strage di Brandizzo, manifesta frustrazione per le limitate condizioni logistiche durante la prima udienza del processo. Le aule video non hanno permesso un contatto visivo diretto con gli imputati, acuendo il dolore e il senso di ingiustizia.

Critiche sulla gestione degli spazi processuali

La prima udienza del processo per la strage di Brandizzo ha suscitato forti reazioni emotive. I familiari delle vittime hanno espresso disappunto per le condizioni logistiche. Hanno sottolineato la mancanza di uno spazio adeguato per la loro presenza.

Antonino Laganà, fratello di Kevin, una delle cinque vittime, ha condiviso la sua amarezza. «Sapevamo che sarebbe stato un processo difficile ma non ci aspettavamo queste condizioni», ha dichiarato all'uscita dal tribunale di Ivrea.

La carenza di spazi ha reso necessario l'uso di aule video collegate. Questo ha impedito ai congiunti delle vittime di avere un contatto visivo diretto. La richiesta era di poter essere tutti presenti in un'unica aula. L'obiettivo era poter guardare in faccia le persone coinvolte.

La delusione dei genitori delle vittime

Il padre di Kevin, Massimo Laganà, ha espresso la sua delusione. «Qui ci vediamo attraverso uno schermo, come se fossimo collegati da casa», ha commentato. Ha precisato che la critica non è rivolta ai magistrati di Ivrea. La responsabilità, secondo lui, ricade sui livelli superiori. Questi avrebbero dovuto fornire maggiore supporto alla procura e al tribunale.

Antonino Laganà ha rincarato la dose, evidenziando l'attesa di tre anni. «Non possiamo nemmeno vedere in faccia i colpevoli», ha affermato con forza. Ha aggiunto che si aspettavano un trattamento diverso. Ha definito la situazione «vergognosa».

L'impatto emotivo sui familiari

L'esperienza processuale ha acuito il dolore delle famiglie. La distanza imposta dalle aule video ha aumentato il senso di alienazione. La possibilità di un confronto visivo diretto era vista come un elemento importante per affrontare il percorso giudiziario.

La richiesta di uno spazio più consono non era solo una questione logistica. Rappresentava un bisogno emotivo profondo. Il desiderio di guardare negli occhi coloro che sono ritenuti responsabili della tragedia. La mancata possibilità di farlo ha generato un senso di frustrazione e impotenza.

Le dichiarazioni dei familiari mettono in luce le difficoltà che spesso accompagnano i processi. Soprattutto quelli che coinvolgono tragedie di grande impatto. La giustizia, oltre alla sua funzione legale, deve considerare anche l'aspetto umano. Il supporto alle vittime e ai loro cari è fondamentale.

La situazione evidenzia la necessità di ripensare le infrastrutture giudiziarie. Devono essere adeguate a garantire dignità e rispetto a tutte le parti coinvolte. Specialmente in casi di così elevata risonanza emotiva. La famiglia Laganà ha espresso un disagio che merita attenzione.

La speranza è che in futuro vengano predisposte soluzioni migliori. Soluzioni che permettano ai familiari delle vittime di partecipare attivamente e con maggiore serenità al processo. Un processo che, per loro, rappresenta la ricerca di giustizia e verità.

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