Paola Cerri presenta libro su Alpino Enepi: dalle colline al Pacifico
Un viaggio nella memoria: l'odissea dell'Alpino Giuseppe Enepi
L'11 marzo, alle ore 17:30, la Libreria Internazionale Romagnosi di Piacenza ospiterà un evento letterario di grande risonanza. La scrittrice Paola Cerri presenterà il suo volume «Dalle colline piacentine al Pacifico: il viaggio di Giuseppe Enepi attraverso la memoria», un'opera che ripercorre l'incredibile vicenda dell'Alpino Giuseppe Enepi. La sua storia, intrisa di coraggio e resilienza, lo vide protagonista dello sbarco alleato in Sicilia nel 1943, della successiva prigionia negli Stati Uniti, fino al tanto atteso ritorno nella sua terra natale, la frazione di Mandola in Valchero, nel maggio del 1946.
L'appuntamento si inserisce nella rassegna culturale «i mercoledì coi grilli per la testa», un ciclo di incontri che offre al pubblico piacentino l'opportunità di esplorare narrazioni significative. Accanto all'autrice, interverrà il giornalista e scrittore Claudio Arzani, che dialogherà con Paola Cerri sulla genesi e sul significato profondo del libro. Le letture di alcuni passaggi salienti saranno affidate a Dalila Ciavattini, che darà voce ai ricordi di un'epoca lontana ma ancora vivida.
Paola Cerri, originaria di Piacenza e insegnante, ha scelto di dedicarsi a questa ricerca storica dopo essersi trasferita a Gropparello. Il suo lavoro ha permesso di riportare alla luce la testimonianza di Giuseppe Enepi, un uomo che, dopo essere tornato a casa, aveva registrato un'audiocassetta. In essa, intervistato dal vicino di casa Piero Magnani, aveva affidato alla memoria le sue esperienze di guerra e prigionia, un patrimonio inestimabile che ora rivive tra le pagine del libro.
La pubblicazione, edita da Officine Gutenberg, è stata fortemente voluta dalla figlia di Giuseppe, Daniela. Un omaggio commovente alla memoria del padre, scomparso il 17 marzo 2015, a soli quaranta giorni dal suo centesimo compleanno. Il volume si configura come una «storia minima», una narrazione personale che, pur con la s minuscola, si intreccia indissolubilmente con la Storia con la S maiuscola, quella vissuta e plasmata dalla gente comune.
Il percorso di Giuseppe Enepi nell'esercito iniziò tra il 1936 e il 1937, con il servizio militare negli Alpini a Dronero, in provincia di Cuneo. Richiamato alle armi nel 1939, fu destinato alla guardia nelle fortificazioni delle Alpi occidentali, in un periodo di crescente tensione in vista dello scontro con la Francia. Da lì, la sua odissea lo condusse verso sud, attraverso l'Italia.
Le tappe del suo viaggio lo videro a Livorno e poi a Roma, dove ebbe l'opportunità di partecipare a un'udienza del Papa. Successivamente, a Oriolo Romano, in provincia di Viterbo, fu colpito da una febbre debilitante. Si ritrovò solo in un'infermeria improvvisata, su un giaciglio di fortuna, e fu il suono delle campane della chiesa vicina a ricordargli di essere ancora in vita, un piccolo segnale di speranza in un momento di profonda solitudine.
Il libro di Paola Cerri evidenzia una costante che ha segnato l'esperienza di molti soldati italiani: la «coperta era corta». Questa espressione metaforica descrive una realtà fatta di equipaggiamenti insufficienti, lunghe e sfiancanti marce forzate per spostamenti rigorosamente a piedi, e una quasi totale assenza di informazioni e consapevolezza sul contesto bellico. La scarsità d'acqua, in particolare, rappresentava una privazione quotidiana e angosciante.
Un episodio emblematico di questa disorganizzazione si verificò nel 1943, quando Giuseppe si trovava in Sicilia, nella zona di Gela. La notizia di un imminente attacco alleato non gli giunse dagli ufficiali, ma da una donna di Reggio Emilia, incontrata «fuori dai ranghi». Questa rivelazione inattesa preannunciava l'imminente sbarco, un evento che avrebbe cambiato per sempre il corso della sua vita.
La mattina del 9 luglio 1943, al risveglio, Giuseppe e i suoi compagni si trovarono di fronte a uno spettacolo terrificante: il mare era completamente coperto dalle navi nemiche. Poco dopo, i bombardamenti iniziarono, l'aria divenne irrespirabile a causa del caldo soffocante e lo sbarco alleato si concretizzò in tutta la sua violenza. Furono giorni di scontri feroci, con un bilancio altissimo di morti da entrambe le parti.
La resistenza italiana si rivelò vana. Dopo due giorni di combattimenti accaniti, che causarono almeno 4mila morti, innumerevoli feriti e un gran numero di «dispersi» (soldati che erano riusciti a fuggire), Giuseppe fu fatto prigioniero dagli inglesi l'11 luglio. Poco dopo, fu «passato» agli americani, che lo trasferirono prima in un campo di prigionia a Tunisi e poi direttamente negli Stati Uniti.
La sua prigionia in America lo vide inizialmente in un campo di lavoro nei pressi di New York. Da lì, passò attraverso diverse tappe, impiegato nella raccolta del cotone, poi del mais e, infine, nel taglio di alberi. Nonostante la condizione di prigioniero, le sue memorie rivelano un aspetto sorprendente: il cibo non mancava, riceveva una piccola paga e, soprattutto, i letti erano dotati di veri materassi. Condizioni decisamente migliori rispetto a quelle vissute nelle caserme italiane.
Successivamente, Giuseppe fu trasferito a Seattle e da lì alle Hawaii, a Honolulu. Qui fu impiegato in una lavanderia, lavorando tra solventi chimici e un'umidità costante, un'esperienza lontana anni luce dalle colline piacentine della sua giovinezza. La notizia della fine della guerra giunse finalmente, ma per lui e gli altri militari italiani prigionieri, la libertà non era ancora a portata di mano.
Dovette trascorrere un anno intero prima che una nave li riportasse in Italia, sbarcando a Napoli. Ma le difficoltà non erano finite. Come raccontava Giuseppe, «lo Stato italiano si era dimenticato di noi». Mentre agli ufficiali era riservato il privilegio di viaggiare su treni con vagoni passeggeri, ai soldati semplici fu destinato un treno merci, un viaggio in vagoni adibiti al trasporto di bestiame, un'ulteriore umiliazione dopo anni di sacrifici e prigionia.
Il viaggio proseguì fino a Roma. Da lì, grazie a passaggi offerti da camionisti, Giuseppe riuscì a raggiungere Piacenza, arrivando alla Lupa alle 2 di notte del 6 maggio 1946. La mattina seguente, finalmente, partì con la corriera del servizio Rossi, facendo ritorno a casa, nella sua terra, tra la sua famiglia e il suo lavoro in campagna. Un epilogo atteso per anni, segnato da un misto di sollievo e amarezza.
Paola Cerri sottolinea come Giuseppe abbia raccontato tutta la sua storia senza ansia né rancore. La sua testimonianza si conclude con un messaggio semplice ma potente: la guerra porta con sé solo dolore, miseria e sofferenza per tutti, vincitori e vinti. Per questo motivo, come disse nell'audio lasciato in eredità, quando nel 1953 nacque la sua unica figlia, fu felice che fosse femmina, perché «non dovrà patire le fatiche della naja».
Il libro, per volere della figlia Daniela, non è reperibile nel normale circuito editoriale pubblico. È riservato a una ristretta cerchia di conoscenti che hanno fatto parte dell'ambiente di vita di Giuseppe, preservando così l'intimità di questa memoria. Fortunatamente, una copia è conservata nella biblioteca di Gropparello, rendendola accessibile per chi desidera approfondire questa straordinaria vicenda.
La scelta di presentare questo volume nell'ambito dei «mercoledì coi grilli per la testa» è stata motivata proprio da questa peculiarità. Come ha evidenziato Claudio Arzani, organizzatore degli appuntamenti letterari, l'obiettivo è garantire una, seppur limitata, diffusione di una testimonianza storica così unica. Si tratta di una pagina di storia meno consueta, ma non per questo meno rilevante, che merita di essere conosciuta e tramandata alle nuove generazioni, offrendo uno spaccato autentico della vita durante uno dei periodi più bui del Novecento.
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