Il processo per il crollo del Ponte Morandi si avvia alla conclusione con lo Stato che richiede 257 milioni di euro agli imputati per danni patrimoniali. Le difese replicano oggi, mentre l'accordo con Aspi non è considerato risarcimento per la tragedia.
Stato chiede risarcimento danni patrimoniali
Le udienze di questi giorni sono dedicate alle repliche delle difese. Lo Stato, attraverso l'avvocato Giorgio Lembeck, ha ribadito la richiesta di 257 milioni di euro. Questa somma è destinata a coprire i danni patrimoniali subiti a causa delle emergenze scaturite dal crollo del 14 agosto 2018. I fondi sono stati impiegati per assistere i cittadini e sostenere la protezione civile.
Queste spese sono state coperte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT). I danni non patrimoniali saranno invece definiti in sede civile. La richiesta di risarcimento era già stata avanzata nell'ottobre precedente.
Accordo Aspi-Stato non copre danni crollo
L'avvocato Lembeck ha risposto alle obiezioni degli avvocati di Giovanni Castellucci, ex AD di Autostrade per l'Italia. Ha chiarito che l'accordo tra Aspi e lo Stato non costituisce un risarcimento per il crollo. L'intesa, infatti, è nata dal procedimento di decadenza della concessione autostradale. Aspi ha potuto mantenere la concessione, nonostante la manutenzione inadeguata, in cambio di investimenti pubblici.
Questi investimenti ammontavano a circa 3,4 miliardi di euro. Una parte significativa, circa 1,7 miliardi, era destinata alla rete autostradale ligure. «Quello non era un risarcimento dei tanti danni per le spese sostenute dallo Stato dopo il crollo», ha sottolineato Lembeck.
MIT si riserva azioni contro persone fisiche
Lembeck ha spiegato che esiste un'obbligazione del MIT verso il concessionario. Per questo motivo, il Ministero si astiene dalla richiesta di danni nei confronti di Aspi. Tuttavia, il MIT si è riservato il diritto di costituirsi parte civile. L'obiettivo è chiedere i danni alle persone fisiche che hanno operato per Aspi e che saranno ritenute responsabili.
La costituzione di parte civile dello Stato è avvenuta subito dopo l'accordo con Aspi. Lo Stato non chiede conto alla società, ma si rivolge agli imputati che hanno lavorato per Aspi e che verranno condannati.
Complessità del processo e danni futuri
Data la complessità del processo per il crollo, è improbabile che in sede penale venga decisa una provvisionale. L'obiettivo principale è stabilire l'esistenza del danno. La sua quantificazione avverrà in sede civile. Qui si valuterà anche il danno d'immagine subito dall'Italia a livello globale.
L'avvocato Lembeck, insieme alla collega Maria Chiara Ghia, aveva già presentato una prima richiesta nell'ottobre precedente. Avevano citato l'economista Adam Smith, che già nel Settecento ammoniva sui rischi di affidare la manutenzione delle strade a privati. Una previsione che, secondo i legali, si è tragicamente avverata.
La relazione di Morandi e le accuse
La relazione del progettista Riccardo Morandi del 1981 è centrale nel processo. L'accusa la considera una prova dei punti critici del ponte da monitorare, inclusa la pila 9, causa del crollo. Le difese, invece, contestano la vaghezza del documento. Sostengono che Morandi non abbia avvertito dei rischi legati a un difetto di costruzione, un errore che gli imputati definiscono occultato.
Oltre allo Stato, anche il Comune di Genova e la Regione Liguria si sono costituiti parte civile. L'avvocato Alessandra Mereu ha evidenziato il danno non patrimoniale e il trauma collettivo per la città. Ha sottolineato l'impatto negativo sull'immagine di Genova a livello nazionale e internazionale.
Nella foto si vede l'avvocato Massimo Ceresa Gastaldo, che interverrà oggi nelle controrepliche. Egli difende gli imputati Aspi De Angelis e Ferretti Torricelli. Sono accusati di aver redatto il progetto di retrofitting del ponte senza accorgersi del cedimento della pila 9. Il primo rischia 13 anni, il secondo 6. Il retrofitting avrebbe potuto evitare il crollo.