La Procura di Genova ha richiesto il rinvio a giudizio per due agenti di polizia penitenziaria. Il detenuto Amir Dhuioui, 21 anni, si tolse la vita nel carcere di Marassi. La richiesta riguarda presunte omissioni nella sorveglianza.
Suicidio Marassi: richiesta processo per agenti penitenziari
La Procura di Genova ha formalizzato una richiesta di processo. Questa riguarda due agenti della polizia penitenziaria. Il caso è legato alla tragica morte di Amir Dhuioui. Il giovane detenuto si è tolto la vita nel carcere di Marassi. Aveva solo 21 anni. La morte è avvenuta il 4 dicembre 2024. La pm Gabriella Dotto ha avanzato la richiesta. L'udienza preliminare è fissata per il 7 maggio. Si terrà davanti al giudice per le indagini preliminari Carla Pastorini. L'accusa ipotizza una mancata sorveglianza. Questa avrebbe favorito l'estremo gesto del giovane.
La vicenda ha scosso profondamente l'opinione pubblica. Il carcere di Marassi, situato nella città di Genova, è nuovamente al centro di un caso giudiziario delicato. La morte di un giovane all'interno delle sue mura solleva interrogativi sulla sicurezza e sulla gestione dei detenuti. La richiesta di processo per gli agenti sottolinea la gravità delle presunte negligenze contestate. Le indagini hanno cercato di ricostruire gli eventi che hanno portato al suicidio. La figura di Amir Dhuioui emerge come quella di un ragazzo fragile. La sua giovane età rende la tragedia ancora più dolorosa. Le circostanze della sua morte sono al vaglio della giustizia.
Sorveglianza speciale mancata: i dettagli dell'accusa
I due agenti coinvolti sono assegnati alla vigilanza. Operano nel primo piano detentivo del quarto reparto. Nello specifico, nella sezione denominata "Sostegno Integrato". Questa area ospita detenuti con significative problematiche di natura psichiatrica. Il giovane Amir Dhuioui era classificato come "Grande Sorveglianza Custodiale". Questo regime prevedeva controlli molto frequenti. La consegna era chiara: sorveglianza ravvicinata. I controlli dovevano avvenire ogni 15 minuti. Tale misura era stata disposta a causa di precedenti gesti autolesionistici. Il detenuto mostrava anche uno stato di agitazione psicomotoria. Dopo l'udienza di convalida del suo arresto, aveva manifestato forte irrequietezza. Aveva persino spaccato il vetro di un'aula del tribunale con un colpo di testa. Questo episodio evidenziava il suo stato di sofferenza.
La pm Gabriella Dotto ritiene che la sorveglianza non sia stata adeguata. I due agenti, assistiti dai loro legali Eleonora Rocca, Mario Iavicoli e Sergio Musacchio, sono accusati di non aver rispettato i protocolli. La ricostruzione dell'accusa è precisa. L'ultimo controllo effettuato nella cella di Amir Dhuioui risale alle ore 16.11. Il corpo del giovane è stato ritrovato solo cinquanta minuti dopo. Questo lasso di tempo è considerato eccessivo. Durante questi minuti, il detenuto avrebbe avuto modo di compiere l'atto fatale. Le telecamere di sorveglianza, in teoria, avrebbero dovuto garantire un monitoraggio costante. Tuttavia, una delle telecamere, quella che inquadrava la cella, non era funzionante. Questo ha ulteriormente complicato la vigilanza.
Il tragico epilogo: 50 minuti fatali
Il tragico evento si è consumato in bagno. Questo locale era dotato di una telecamera funzionante. Nonostante ciò, il giovane Amir Dhuioui è riuscito a mettere in atto il suo piano. Il primo tentativo di impiccarsi è avvenuto poco dopo le 16.11. Questo è avvenuto subito dopo l'ultimo controllo registrato. Successivamente, ha riprovato. Questa volta, purtroppo, è riuscito nel suo intento. Gli ultimi movimenti registrati dalla telecamera risalgono alle 16.18. Il ritrovamento del corpo è avvenuto alle 17.01. Il tempo trascorso tra l'ultimo movimento e il ritrovamento è stato significativo. Per la procura, questo intervallo di tempo è la prova della mancata sorveglianza. I 50 minuti di intervallo tra i controlli sono diventati il fulcro dell'indagine. La vita del giovane si è interrotta prematuramente. La sua morte ha lasciato un vuoto incolmabile per la famiglia.
La dinamica degli eventi è stata ricostruita meticolosamente. La presenza di una telecamera funzionante nel bagno non è stata sufficiente a prevenire la tragedia. L'assenza di un controllo tempestivo ha permesso al detenuto di portare a termine il suo gesto. La questione della sorveglianza in carcere è sempre molto delicata. La gestione dei detenuti con problemi psichiatrici richiede particolare attenzione. Il caso di Amir Dhuioui evidenzia le criticità del sistema. La richiesta di processo mira a fare chiarezza sulle responsabilità. La giustizia dovrà stabilire se vi sia stata effettivamente una negligenza da parte degli agenti. La comunità di Genova attende risposte.
La richiesta di giustizia della famiglia e la solidarietà agli agenti
Immediatamente dopo la morte di Amir Dhuioui, la sua famiglia ha intrapreso azioni legali. Sostenuti dagli avvocati Umberto Pruzzo e Lina Armonia, hanno presentato un esposto. L'esposto era mirato proprio alla mancata osservanza dei protocolli di sorveglianza. Questo era rivolto a un detenuto considerato ad alto rischio. L'avvocata Armonia aveva dichiarato a GenovaToday, nei giorni successivi al suicidio: «All'udienza di convalida ci sono voluti cinque agenti per tenerlo fermo. Nonostante questo, era riuscito a rompere il vetro. Durante l'udienza era stato necessario mettergli le manette anche alle gambe per contenerlo». Queste dichiarazioni sottolineano lo stato di agitazione del giovane. Evidenziano anche la difficoltà nel gestirlo.
L'apertura delle indagini a carico degli agenti ha suscitato reazioni nel mondo della polizia penitenziaria. Il segretario della Uilpa, Fabio Pagani, ha commentato la vicenda. Ha affermato che la notizia «ripropone il tema della tutela di quanti vivono e lavorano in carcere». A sostegno dei due agenti indagati è stata promossa una raccolta fondi. La campagna è stata lanciata sulla piattaforma GoFundMe. L'obiettivo era quello di aiutarli a sostenere le spese legali. Questo gesto di solidarietà evidenzia la vicinanza di una parte del corpo di polizia penitenziaria ai colleghi indagati. La vicenda continua a generare dibattito. Le questioni relative al sistema carcerario italiano sono sempre complesse. La ricerca di giustizia per Amir Dhuioui prosegue. Parallelamente, si cerca di comprendere le dinamiche che hanno portato a questa tragica conclusione nel carcere di Marassi.