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Un uomo arrestato a Genova per pedopornografia ha confessato in una chat di aver scattato foto di bambini in spiaggia. La Procura ha richiesto il processo immediato. L'uomo ora attende la decisione del giudice.

Confessione in chat aggrava posizione dell'indagato

L'uomo ha ammesso in una conversazione online di essere l'autore degli scatti. Queste parole rafforzano l'accusa di produzione di materiale pedopornografico. La Pubblica Ministero Francesca Rombolà ha inoltrato la richiesta di processo immediato. L'imputato è un disoccupato di 40 anni, residente nel ponente di Genova. La polizia postale lo aveva fermato lo scorso gennaio.

Ora l'uomo ha a disposizione 15 giorni per richiedere un rito alternativo. Il suo avvocato ha già manifestato l'intenzione di optare per il rito abbreviato. Questa scelta, in caso di condanna, potrebbe portare a una riduzione di un terzo della pena. Solo due giorni fa, il giudice ha concesso gli arresti domiciliari.

Sequestro hard disk e foto in spiaggia

Le indagini sono partite dopo il ritrovamento di un hard disk. Al suo interno erano presenti 380 file tra immagini e video di minori. Il materiale era di natura pedopornografica. Sul cellulare dell'uomo, gli investigatori hanno poi rinvenuto 24 fotografie. Queste ritraevano bambini su una spiaggia di Genova.

Le immagini mostravano i piccoli in costume da bagno mentre giocavano vicino al mare. Si vedevano anche famiglie sotto gli ombrelloni. Scene che apparivano come normali momenti di vita estiva ligure. Gli esperti della polizia postale stavano analizzando i dati. Cercavano di capire se l'uomo avesse scattato personalmente quelle foto. Questo avrebbe configurato il reato più grave di produzione. Oppure se le avesse solo ricevute e condivise.

La chat acquisita, dove l'indagato afferma «le foto in spiaggia le ho fatte io», indirizza le indagini in modo deciso. Questa confessione aggrava significativamente la sua posizione giudiziaria.

Arresto, carcere e domiciliari

L'arresto iniziale era stato convalidato dal giudice per le indagini preliminari Caterina Lungaro. La richiesta era stata avanzata dalla Pubblica Ministero Valentina Grosso. Il giudice aveva disposto la custodia cautelare in carcere. Aveva ritenuto insufficiente la misura degli arresti domiciliari, richiesta dalla difesa. Il giudice sottolineò il rischio concreto di reiterazione del reato. Evidenziò anche il pericolo di ulteriore diffusione del materiale illecito.

La perquisizione domiciliare e l'analisi forense del telefono avevano rivelato altro. L'uomo scambiava parte del materiale illecito con terzi. Questo ha portato all'aggravante di detenzione a fini di diffusione. Inizialmente, l'uomo era stato tradotto nel carcere di Pontedecimo.