I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) trattengono stranieri senza reati, privandoli di diritti fondamentali. Un sistema criticato per inefficacia e violazione della dignità umana.
Cosa sono i centri di permanenza per il rimpatrio
Immaginate una reclusione prolungata. Non per aver commesso un crimine, ma per una condizione di irregolarità amministrativa. Questo scenario si concretizza nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Questi luoghi sono spesso citati nel dibattito pubblico. Tuttavia, la loro reale natura rimane poco chiara a molti. Migliaia di persone straniere vi vengono private della libertà personale. Questo avviene senza che abbiano commesso alcun illecito.
L'avvocato Andrea Maestri, attivista per i diritti umani, li definisce «prigioni per stranieri». Questa descrizione evidenzia la loro funzione di detenzione amministrativa. La terminologia ufficiale parla di «trattenimento». Maestri la considera un eufemismo. Significa impedire a una persona di muoversi liberamente. Implica una privazione concreta della libertà personale.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 96/2025, ha sollevato dubbi. La disciplina vigente sui CPR non rispetterebbe la legge sulla libertà personale. I cittadini stranieri sono sottoposti a un potere altrui. Questo li rende analoghi a una prigione.
Chi finisce nei centri e perché
Attualmente, in Italia operano 10 CPR. La loro funzione è trattenere stranieri extracomunitari. Questi individui sono privi di permesso di soggiorno. Hanno ricevuto un decreto di espulsione. Il rimpatrio immediato non è possibile per mancanza di documenti.
Il percorso che porta in un CPR inizia con la constatazione di irregolarità. Segue un decreto di espulsione amministrativa. Se il rimpatrio non è eseguibile subito, la persona può essere trasferita in un CPR. Qui attende l'esecuzione materiale dell'espulsione. Non è una misura simbolica. È una privazione effettiva della libertà.
L'opinione comune tende ad associare i CPR a individui pericolosi. La realtà, però, è differente. La maggior parte delle persone trattenute sono incensurate. Non hanno commesso alcun reato. A volte, vi finiscono anche richiedenti asilo. La loro domanda è ancora in fase di esame.
Le storie che portano nei CPR sono quelle della vita quotidiana. Spesso segnate da fragilità. Una badante che perde il lavoro e non rinnova il permesso. Una famiglia senza alloggio regolare. Una persona che perde i requisiti per il proprio permesso. Situazioni che portano all'irregolarità. Persone innocue si ritrovano in questa condizione.
La maggior parte degli ospiti dei CPR non rappresenta un pericolo. Solo una minima parte è considerata tale. Persone che hanno commesso illeciti amministrativi si trovano a convivere con chi ha commesso reati penali. Anche stranieri destinatari di provvedimenti di espulsione per precedenti di polizia finiscono nei CPR.
Le condizioni all'interno dei CPR
L'aspetto esteriore dei CPR ricorda quello di una prigione. Muri, cancellate, accessi controllati e forze dell'ordine sono evidenti. Ma è all'interno che la realtà si fa più cruda. Gli spazi sono spesso angusti. Le condizioni materiali sono difficili. Si registrano carenze igieniche e sanitarie.
Le persone vengono semplicemente «parcheggiate». Nei CPR manca un progetto. Non ci sono percorsi o prospettive. Mancano attività formative, corsi o momenti di socializzazione. Elementi presenti, invece, nelle carceri.
Paradossalmente, un detenuto in carcere gode di maggiori tutele. Nelle carceri vi è un presidio sanitario fisso. Esistono attività socio-educative e corsi di alfabetizzazione. Nei CPR, tutto questo spesso non esiste. Le persone sono abbandonate.
Inoltre, non è possibile ricevere visite. La comunicazione con l'esterno è limitata. Le conseguenze sul piano umano sono gravi. Le persone soffrono di disagio psicologico. Chi è già fragile peggiora. Si registrano ripercussioni emotive e psichiatriche. Spesso si ricorre a farmaci. Sono frequenti casi di autolesionismo, depressione e tentativi di suicidio.
Criticità sanitarie e ruolo del medico
La tutela sanitaria nei CPR non è sempre garantita 24 ore su 24. Questo è un problema serio in contesti così delicati. La fragilità delle persone non è solo fisica. È anche psicologica, legata ai percorsi migratori e alle esperienze vissute.
Molti hanno già affrontato traumi. Si ritrovano, loro malgrado, a subire ulteriori sofferenze. La valutazione medica è un passaggio cruciale. Il medico deve accertare l'idoneità al trattenimento. Deve valutare lo stato di salute, anche psicologico e psichiatrico.
Questa valutazione deve considerare la compatibilità tra le condizioni della persona e la detenzione nel CPR. Il medico deve verificare se la persona ha subito abusi o è stata vittima di tratta. Il suo compito non è giudicare la pericolosità. Questa è una valutazione che spetta ad altri organi.
Il medico deve semplicemente stabilire se la detenzione comprometterà la salute dell'individuo. Che si tratti di una persona considerata pericolosa o meno, il suo compito è valutare la compatibilità sanitaria. La salute fisica e mentale deve essere tutelata.
Un "buco nero" del diritto e inefficacia del sistema
I CPR sono definiti un vero e proprio «buco nero del diritto». I diritti fondamentali vengono compressi e limitati. La contraddizione più evidente è la privazione della libertà personale. Avviene a persone che non hanno commesso reati. A volte, questa privazione dura anche 18 mesi.
L'accesso a questi luoghi è molto limitato. I giornalisti, in particolare, incontrano difficoltà. La mancanza di trasparenza alimenta una zona d'ombra. La narrazione pubblica è spesso semplificata. Si parla di persone portate in CPR e rimpatriate. Ma si ignora la complessità delle storie individuali.
L'opinione pubblica si forma un'idea parziale, spesso distorta. Un altro elemento solleva dubbi sull'efficacia del sistema. Molte persone non vengono rimpatriate. Questo accade per mancanza di documenti o collaborazione dei Paesi di origine.
Dopo mesi di trattenimento, le persone vengono rilasciate. Questo pone un serio interrogativo sull'utilità dei CPR. Secondo dati del Ministero dell'Interno, nel 2024 solo il 10% delle persone con ordine di allontanamento è stato espulso. I CPR sembrano non funzionare. Le persone, dopo lunghi periodi di detenzione, tornano in libertà.
Proposte alternative e costi
Il modello dei CPR è considerato superato da molti operatori del diritto e associazioni per i diritti umani. Non è compatibile con i principi costituzionali. I CPR sono un «non-luogo giuridico». I diritti fondamentali restano sospesi.
Se una persona è pericolosa, dovrebbe stare in carcere. Non nei CPR, che sono una sorta di prigione per stranieri. La gestione dei CPR costa circa 20 milioni di euro all'anno. Queste risorse potrebbero essere investite in programmi di rimpatri volontari e assistiti.
Percorsi più strutturati e umani darebbero alle persone il tempo e gli strumenti per rientrare nei loro Paesi. È irrealistico pensare che una persona che vive in Italia da 10 o 20 anni possa partire in sette giorni. Servono tempi congrui e un sistema ben organizzato.
È necessario un approccio diverso. Si spenderebbero meno soldi. Si rispetterebbero i diritti. Si otterrebbero probabilmente risultati migliori. Finché i CPR rimangono luoghi difficili da vedere e raccontare, il rischio è che persistano lontano dallo sguardo pubblico. La distanza rende tutto più facile da accettare.
Entrare in un CPR significa avere meno diritti di un detenuto. È da qui che si dovrebbe partire per capire cosa sono veramente i CPR. Non dagli slogan, ma dalla realtà di persone private della libertà senza aver commesso reati.