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Un prezioso dipinto di Beato Angelico, la Tebaide, riappare dopo mezzo secolo. L'opera, appartenente a una collezione privata, sarà battuta all'asta a Firenze con una stima considerevole.

Un capolavoro riemerge dopo cinquant'anni

Un'opera d'arte di grande valore è riapparsa sul mercato dopo un lungo periodo di oblio. Si tratta della Tebaide, un dipinto attribuito al maestro Beato Angelico. L'opera era scomparsa dalle scene artistiche circa cinquant'anni fa.

La notizia del ritrovamento è stata diffusa dalla casa d'aste Pandolfini, con sede a Firenze. La casa d'aste si occuperà della vendita del dipinto, che proviene da una collezione privata. L'evento si terrà durante la prossima asta dedicata ai dipinti antichi.

La vendita è prevista per il 20 maggio, proprio a Firenze. La stima preliminare per questo ritrovamento artistico si aggira tra i 150.000 e i 250.000 euro. Un valore significativo che riflette l'importanza dell'opera.

La storia e il legame con altre opere

Il dipinto ritrovato presenta strette connessioni con un'altra opera simile, attualmente conservata presso lo Szépművészeti Múzeum di Budapest. L'opera fiorentina era stata venduta nel 1970, proveniente dalla prestigiosa collezione Bartolini Salimbeni.

Successivamente, il dipinto era svanito nel nulla. Tuttavia, la sua esistenza è rimasta documentata grazie a fotografie in bianco e nero e a numerosi studi critici. Questi studi riconoscono unanimemente l'opera come autografa del Beato Angelico, come sottolineato dalla casa d'aste Pandolfini.

La possibilità di identificare con certezza l'opera è facilitata dal confronto con la Tebaide custodita nel Museo di San Marco. Quest'ultima opera era precedentemente esposta alla Galleria degli Uffizi. Recentemente, è stata protagonista di una grande mostra dedicata all'artista.

Due versioni autografe di un tema raro

Le due opere, quella ritrovata e quella di San Marco, sono considerate versioni identiche e autografe. Entrambe affrontano un soggetto iconografico piuttosto raro. Il tema si ispira a un passo delle Vitae Patrum, un testo che narra le vite dei padri del deserto.

Il soggetto della vita degli eremiti nel deserto di Tebe godette di una certa popolarità tra il Trecento e il Quattrocento. La presenza di due opere quasi identiche non sorprende, considerando il contesto storico dell'epoca.

Secondo lo storico dell'arte Miklós Boskovits, all'inizio del Quattrocento il concetto di originalità artistica non era sviluppato come oggi. La pratica delle copie era invece molto diffusa. La quasi perfetta corrispondenza tra le due composizioni suggerisce l'uso dello stesso disegno preparatorio.

Questo dettaglio potrebbe indicare una destinazione d'uso simile per entrambe le opere. La questione della loro destinazione originaria rimane invece più aperta.

Ipotesi sulla committenza e destinazione

È stata avanzata l'ipotesi di un contesto vallombrosano per la committenza. Questa teoria lega la tavoletta degli Uffizi al fatto che il fratello di Hugford fosse un monaco vallombrosano. Inoltre, la famiglia Bartolini Salimbeni, da cui proviene il frammento ora ritrovato, possedeva una cappella nella chiesa fiorentina dei vallombrosani, Santa Trinita.

Più recentemente, è stata rilanciata l'ipotesi di un'origine camaldolese. Questa teoria si basa sul monaco Ambrogio Traversari, che nel 1423 completò la prima parte della traduzione dal greco delle Vitae Patrum. Queste diverse ipotesi arricchiscono il fascino storico dell'opera.

La Tebaide di Beato Angelico, dopo mezzo secolo di assenza, torna a far parlare di sé. La sua imminente vendita all'asta rappresenta un momento significativo per il mercato dell'arte e per gli appassionati del grande maestro.

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