Don Luigi Ciotti lancia un appello da Crotone: la storia di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, evidenzia il rischio che altre giovani vittime di violenza mafiosa non riescano a reggere il peso psicologico. Necessario un maggiore supporto da parte di istituzioni e società civile.
Il dramma di Denise Cosco e la violenza mafiosa
Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha espresso profonda preoccupazione durante una messa a Crotone. La cerimonia ricordava Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo. Quest'ultima fu uccisa nel 2009 dal marito e da affiliati a una cosca. Ciotti ha dichiarato: «Potrebbero esserci altre Denise in Italia».
Ha aggiunto di essere testimone di messaggi ricevuti. Persone chiedono aiuto, non ce la fanno più a sostenere il peso delle loro esperienze. La sua testimonianza arriva a margine di una funzione religiosa. L'evento è stato organizzato dalla Diocesi di Crotone-Santa Severina.
Durante l'omelia, il vescovo Alberto Torriani ha parlato della luce della verità. Ha sottolineato come alcune persone scelgano di non nascondere questa luce. La mettono sul candelabro per illuminare gli altri. Denise, secondo il vescovo, ha fatto proprio questo.
Ha avuto il coraggio di testimoniare sulla morte della madre Lea. Questo è avvenuto quando era ancora molto giovane. Il vescovo ha invitato alla riflessione sul suicidio. Ha affermato che i cristiani non giudicano questo mistero. Non pretendono di sapere cosa sia accaduto nel cuore di Denise. Si limitano a pregare per lei.
La violenza mafiosa 'differita' e il ruolo dello Stato
Don Ciotti ha introdotto il concetto di «violenza mafiosa differita». Questa agisce in modo subdolo per anni. Si insinua come un veleno nell'anima delle persone. Per questo motivo, il suicidio di Denise potrebbe essere definito un omicidio. Un omicidio durato 17 anni.
Questo periodo corrisponde al tempo trascorso dalla morte della madre. Don Ciotti ha voluto chiarire di non voler accusare nessuno. Ha riconosciuto l'intervento dello Stato nella storia di Denise. Tale intervento è stato definito «senza esitazioni».
Lo Stato ha agito con competenza e umanità. Ha messo persone di valore al fianco di Denise. Non è stata abbandonata. Nonostante questo supporto, si è sentita incredibilmente sola. Non è riuscita più a reggere il peso.
Don Ciotti ha posto una domanda cruciale. Non si può chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita. Non si può chiedere loro di farlo per il bene comune. E poi lasciarli soli ad affrontare i propri demoni.
Questi demoni spesso li ammalano nel corpo e nello spirito. È necessario un supporto continuo e profondo. Non solo un intervento iniziale.
L'appello alla politica e alla società civile
È necessario chiedere alla politica di fare la propria parte. Ma non basta. Don Ciotti ha sottolineato che anche noi cittadini dobbiamo fare di più. Movimenti, associazioni e chiese hanno un ruolo fondamentale.
Abbiamo celebrato il coraggio di Denise. L'abbiamo trasformata in un'eroina. Ma abbiamo dimenticato qualcosa di importante. Dietro il simbolo si nascondeva l'anima fragile di una ragazza. Una ragazza costretta a portare una croce troppo pesante.
Alla cerimonia erano presenti figure istituzionali importanti. Tra queste, la presidente della commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. Presente anche la sottosegretaria all'Interno Wanda Ferro.
Hanno partecipato anche il procuratore della Dda di Catanzaro Salvatore Curcio. E il procuratore di Crotone Domenico Guarascio. C'era anche la senatrice Enza Rando. Quest'ultima è stata l'avvocata di Denise Cosco nel processo contro il padre.
La presenza di queste personalità sottolinea l'importanza della commemorazione. E la necessità di affrontare le problematiche sollevate da don Ciotti. La lotta alla mafia richiede un impegno costante. Non solo da parte delle istituzioni, ma dell'intera società.