Un nuovo centro per il rimpatrio migranti sorgerà a Castel Volturno con un investimento di 41 milioni di euro. La struttura, con capienza di 120 persone, ha già suscitato forti critiche da parte di sindacati e Chiesa locale.
Nuovo centro per rimpatrio migranti a Castel Volturno
Un centro destinato al rimpatrio di migranti verrà realizzato nel comune di Castel Volturno, situato in provincia di Caserta. L'iniziativa è promossa da un bando da 41 milioni di euro, recentemente diffuso da Invitalia. La futura struttura dovrebbe sorgere nell'area denominata La Piana.
L'area prescelta copre circa 63 ettari. Si trova a sud-ovest del centro cittadino. La sua posizione è a circa tre chilometri dalla strada statale 7 quater Domitiana. La zona è già parzialmente urbanizzata e periferica.
La costruzione del centro seguirà un modello modulare. Avrà una capacità massima di accogliere circa 120 persone. Nell'area antistante sono previsti spazi dedicati alle forze dell'ordine e all'ente gestore. Questi includeranno uffici, servizi igienici e sale riposo.
Saranno presenti anche sale operative, locali tecnici e depositi. È prevista un'area per la prima accoglienza. Non mancheranno parcheggi e impianti di supporto necessari al funzionamento della struttura.
Critiche da sindacati e Chiesa locale
La notizia della realizzazione del centro ha già generato reazioni negative. Sia i sindacati che i parroci della zona hanno espresso il loro dissenso. La CGIL e i sacerdoti di Castel Volturno si oppongono fermamente al progetto.
Questi centri, secondo la CGIL di Napoli e Campania, sono strutture «non riformabili ma da superare». Viene sottolineato come i dati recenti indichino che solo il 10% degli stranieri trattenuti in Italia viene effettivamente allontanato.
I sindacati definiscono i CPR «inutili» e «lesivi dei diritti delle persone». Si parla di detenzioni senza motivazioni concrete e di violazioni sistematiche dei diritti umani.
Castel Volturno è uno dei comuni più estesi della Campania. Il suo litorale è molto lungo. Il sindacato evidenzia come un sesto della popolazione residente sia straniera. La presenza aumenta durante i periodi di lavoro stagionale.
In questo contesto, si registrano da anni disagio sociale e precarietà. La CGIL sostiene che sarebbero necessari investimenti in lavoro regolare, servizi pubblici e politiche abitative. Servirebbero anche interventi in sanità, istruzione, coesione e inclusione, anziché nuove strutture detentive.
Il Vescovo Lagnese definisce il progetto un'offesa
Anche la Chiesa locale ha preso posizione contro il progetto. Le parrocchie di Castel Volturno, afferenti alla Diocesi di Capua, pongono interrogativi sull'adeguatezza della scelta. Si chiedono se questa sia la risposta giusta ai bisogni di un territorio che affronta sfide complesse.
I parroci esprimono perplessità sull'impatto sociale della struttura. Criticano inoltre la decisione di procedere senza un reale coinvolgimento della comunità locale. Si fa riferimento alla mancanza di confronto con le realtà ecclesiali e associative attive sul territorio.
Il Vescovo di Capua e Caserta, monsignor Pietro Lagnese, ha manifestato profondo dolore per la decisione del Governo. Ha definito l'operazione «un'offesa per il territorio del litorale Domitio». Ha ricordato come quest'area sia stata spesso mortificata da scelte politiche sconsiderate.
Il territorio è già stigmatizzato da pregiudizi negativi. La concentrazione di immigrati in alcune zone aggrava questa percezione. Il Vescovo ha annunciato una conferenza stampa a Castel Volturno per approfondire la questione.
Monsignor Lagnese descrive Castel Volturno come una città che cerca di essere un laboratorio d'integrazione. Questo avviene grazie all'impegno di molte persone. L'obiettivo è riscattare l'immagine del territorio.
La realizzazione del centro di rimpatrio viene vista come un passo indietro. Contrasta con gli sforzi di integrazione e inclusione in corso. La comunità locale e le sue rappresentanze religiose chiedono maggiore ascolto e partecipazione.
La decisione di costruire il CPR è vista come imposta dall'alto. Ignora le specificità del territorio e le sue dinamiche sociali. Si auspica una revisione del progetto. Si chiede un dialogo costruttivo per trovare soluzioni più adeguate ai bisogni reali della popolazione.
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