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Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ha incontrato a Busto Arsizio i due uomini condannati per il suo omicidio. Un gesto di perdono e riconciliazione che mira a superare l'odio e a offrire una speranza di redenzione.

Un incontro di perdono a Busto Arsizio

A Busto Arsizio, nella provincia di Varese, si è svolto un incontro di profondo significato umano e spirituale. Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, assassinato dalla mafia nel 1990, ha incontrato Salvatore Calafato e Paolo Amico. Entrambi sono stati condannati all'ergastolo come esecutori materiali dell'omicidio del magistrato. L'incontro si inserisce in un percorso definito da Insenga non tanto come 'giustizia riparativa', quanto piuttosto come 'giustizia pacificatrice'.

L'odio, secondo le parole di Insenga, è una prigione invisibile. Egli stesso ha dichiarato di essere riuscito a liberarsi da questa condizione attraverso la preghiera. La sua scelta di perdonare i responsabili della morte di suo cugino è maturata nel tempo, rappresentando un cammino personale di elaborazione del lutto e di ricerca di pace interiore. La fede è stata il pilastro fondamentale di questo percorso.

L'assassinio di Rosario Livatino ha segnato profondamente la famiglia e la comunità. Il giudice, noto per la sua integrità e il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata, fu ucciso il 21 settembre 1990 a Canicattì, in provincia di Agrigento. La sua morte prematura ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama giudiziario italiano.

Le parole dei condannati: pentimento e speranza

Salvatore Calafato, uno dei condannati, ha espresso un profondo pentimento per le sue azioni. Ha ammesso di non aver conosciuto personalmente Livatino, ma di essere stato mosso dalla sofferenza dei genitori del giudice. La conversione di Calafato è nata, a suo dire, 'dal seme di Livatino'. Ha riconosciuto la gravità del suo gesto e il dolore inflitto alle famiglie, affermando che 'tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato'.

Anche Paolo Amico ha condiviso il suo stato d'animo. Ha raccontato di aver desiderato chiedere perdono in passato, dopo aver ascoltato le parole dei genitori del magistrato, ma di non esserci riuscito a causa della mentalità mafiosa e dell'omertà che lo condizionavano. Oggi, Amico considera Livatino, un tempo visto come un nemico, un vero e proprio riferimento spirituale. La sua frase più significativa è stata: 'Nessuna persona è perduta per sempre'.

Amico ha ringraziato Insenga per l'opportunità di questo incontro e ha rinnovato la sua richiesta di perdono. La sua testimonianza sottolinea come il cammino verso il riconoscimento del male commesso e la ricerca di redenzione possa essere lungo e complesso, soprattutto quando si è stati influenzati da contesti criminali.

Il cammino di fede e il messaggio di Insenga

Salvatore Insenga ha condiviso il dolore e la rabbia provati all'età di vent'anni, subito dopo l'assassinio del cugino. Ha descritto il suo lungo cammino di fede che lo ha portato a perdonare. Il suo messaggio è chiaro: 'Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi'. Ha espresso il desiderio di poter tenere un incontro di preghiera nella chiesa di Santa Chiara a Canicattì, luogo simbolo della sua comunità e della memoria di Livatino.

La sua convinzione è che 'un colpo di pistola non può essere l'ultima parola'. Questa frase racchiude la speranza di poter superare la violenza e l'odio attraverso la forza del perdono e della riconciliazione. L'incontro a Busto Arsizio rappresenta un passo concreto verso la costruzione di una cultura della pace e della non violenza, anche in contesti segnati da profonde ferite.

Il giudice Rosario Livatino è stato un simbolo di giustizia e integrità. La sua figura continua a ispirare generazioni di magistrati e cittadini impegnati nella difesa della legalità. La sua eredità morale e spirituale è testimoniata anche da gesti come quello di Salvatore Insenga, che dimostrano la possibilità di trasformare il dolore in un messaggio di speranza e di riconciliazione.

La scelta di Insenga di perdonare gli assassini del cugino è un atto di grande coraggio e umanità. Dimostra come il superamento dell'odio sia possibile e come il perdono possa essere uno strumento potente per la guarigione individuale e collettiva. Questo evento a Busto Arsizio offre uno spunto di riflessione importante sul valore della giustizia non solo come punizione, ma anche come percorso di recupero e di pacificazione sociale.

Il contesto in cui si è svolto l'incontro, ovvero un percorso di giustizia pacificatrice, sottolinea l'importanza di approcci che vadano oltre la mera retribuzione del reato. La testimonianza di Calafato e Amico evidenzia il peso della colpa e il desiderio di espiazione, elementi fondamentali per un reale reinserimento sociale e per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con la comunità. La figura di Livatino, da vittima, diventa così un punto di riferimento per la redenzione dei suoi stessi carnefici.

La provincia di Varese, e in particolare Busto Arsizio, si sono trovate al centro di questo evento carico di significato. La volontà di Insenga di promuovere un incontro di preghiera a Canicattì rafforza il legame tra il nord e il sud Italia, uniti dal ricordo di Livatino e dalla speranza di un futuro libero dalla violenza mafiosa. La fede, come elemento centrale nel percorso di Insenga, Calafato e Amico, dimostra la sua capacità di offrire conforto, perdono e una nuova prospettiva di vita anche nelle circostanze più difficili.

L'eredità di Livatino non si limita alla sua opera di magistrato, ma si estende alla sua profonda spiritualità e al suo esempio di vita. La scelta di Insenga di perdonare i responsabili del suo omicidio è una testimonianza vivente di questi valori, un messaggio di speranza che risuona forte anche a distanza di decenni dalla sua tragica scomparsa. L'incontro a Busto Arsizio è un capitolo significativo in questa storia di dolore, perdono e riconciliazione.

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