Un gesto di profonda umanità a Busto Arsizio, dove il cugino del giudice Rosario Livatino ha incontrato i suoi assassini. Un messaggio di speranza e perdono, sottolineando che ogni persona può trovare una via di redenzione.
Un incontro di giustizia pacificatrice
A Busto Arsizio, in provincia di Varese, si è svolto un incontro di eccezionale valore umano e spirituale. Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990, ha incontrato Salvatore Calafato e Paolo Amico. Questi due uomini sono stati condannati all'ergastolo come esecutori materiali dell'omicidio del magistrato. L'evento si inserisce in un percorso definito da Insenga come «giustizia pacificatrice», superando la mera riparazione.
Insenga ha condiviso il suo messaggio di perdono, frutto di un lungo cammino personale. Ha descritto l'odio come «un carcere senza sbarre», dal quale è riuscito a liberarsi attraverso la preghiera. La sua scelta di perdonare i responsabili della morte del cugino è un esempio potente di come la fede possa trasformare il dolore in speranza.
L'incontro ha avuto luogo nella mattinata del 29 ottobre 2026. L'iniziativa mira a promuovere la riconciliazione e a offrire un'opportunità di riflessione ai condannati. La figura di Livatino, magistrato integerrimo e vittima della criminalità organizzata, continua a ispirare gesti di coraggio e umanità.
Le parole dei condannati e la conversione
Salvatore Calafato ha espresso profondo rammarico per le sue azioni. Ha ammesso di non aver conosciuto personalmente Livatino, ma di essere stato spinto a intraprendere questo percorso dalla visione del dolore dei genitori del giudice. «Dal seme di Livatino è nata la mia conversione», ha dichiarato Calafato. Ha riconosciuto la gravità delle sue azioni, affermando di aver «tolto la vita a un uomo dello Stato» e di aver provocato sofferenza alle famiglie. Ha aggiunto che «tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato», mostrando una chiara consapevolezza del male compiuto.
Anche Paolo Amico ha manifestato il desiderio di chiedere perdono. Ha ricordato come, in passato, la mentalità mafiosa e l'omertà gli avessero impedito di farlo, nonostante le parole dei genitori del magistrato lo avessero toccato profondamente. Oggi, Amico considera Livatino non più un nemico, ma un riferimento spirituale. La sua testimonianza è racchiusa nella frase: «Nessuna persona è perduta per sempre». Ha ringraziato Insenga per l'opportunità di questo incontro e ha ribadito la sua richiesta di perdono.
Le dichiarazioni dei due uomini evidenziano un percorso di pentimento e di ricerca di pace interiore. La figura del giudice Livatino, simbolo di giustizia e integrità, assume un ruolo centrale nel processo di redenzione dei suoi assassini. La loro conversione, seppur tardiva, rappresenta un barlume di speranza per la società.
Il cammino di fede e la speranza di pace
Salvatore Insenga ha ripercorso il suo vissuto personale, segnato dal dolore e dalla rabbia dopo l'assassinio del cugino, avvenuto quando lui aveva solo vent'anni. Ha sottolineato l'importanza del suo lungo cammino di fede, che lo ha sostenuto nel superare l'odio e nel maturare la scelta del perdono. «Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi», ha detto Insenga rivolgendosi a Calafato e Amico. Il suo auspicio è che questo gesto possa portare pace e serenità nelle vite di tutti i coinvolti.
Insenga ha anche proposto un incontro di preghiera nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì, luogo legato alla memoria di Livatino. Questo gesto simbolico rafforzerebbe ulteriormente il messaggio di riconciliazione e di speranza. La sua conclusione è stata potente: «Un colpo di pistola non può essere l'ultima parola». Questo a significare che la violenza non deve mai prevalere sulla possibilità di redenzione e di pace.
L'incontro a Busto Arsizio assume un significato particolare nel contesto della lotta alla criminalità organizzata. Dimostra come il perdono e la giustizia riparativa possano offrire nuove prospettive, anche nei casi più dolorosi e complessi. La figura di Livatino, martire della giustizia, continua a ispirare percorsi di speranza e di cambiamento.
Il contesto storico e geografico
L'omicidio del giudice Rosario Livatino avvenne il 21 settembre 1990 a Canicattì, in provincia di Agrigento, in Sicilia. Livatino era noto per la sua integrità morale e per il suo impegno nella lotta alla mafia, operando in un territorio difficile e pericoloso. Fu ucciso da sicari legati a clan mafiosi mentre si recava al lavoro. La sua morte suscitò profonda commozione in tutta Italia e rafforzò la determinazione dello Stato nel contrastare il potere mafioso.
L'incontro a Busto Arsizio, in Lombardia, a centinaia di chilometri di distanza dalla Sicilia, sottolinea la portata nazionale del messaggio di Livatino e del suo cugino. La scelta di Insenga di perdonare gli assassini, e il percorso di redenzione intrapreso da Calafato e Amico, dimostrano come i valori di giustizia, perdono e speranza possano trascendere i confini geografici e le divisioni sociali.
Il percorso di giustizia riparativa, in questo caso, si configura come un modello di riconciliazione. Permette ai responsabili di confrontarsi con le vittime o i loro rappresentanti, riconoscendo il danno causato e cercando una forma di riparazione morale. L'obiettivo non è solo punire, ma anche riabilitare e promuovere la coesione sociale. La figura di Livatino, martire della giustizia, diventa così un simbolo di speranza per la costruzione di una società più giusta e pacifica.