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Quarant'anni fa, l'incidente di Chernobyl segnò profondamente anche la provincia di Brescia, rivelando la vulnerabilità del territorio alla contaminazione radioattiva. La paura per la nube tossica portò a misure precauzionali e analisi sulla radioattività.

La nube radioattiva raggiunse l'Europa

Il 26 aprile 1986 segnò un evento epocale. Un guasto al reattore 4 della centrale di Chernobyl causò il più grave disastro nucleare della storia. L'Unione Sovietica inizialmente mantenne il silenzio. Questo ritardo complicò la diffusione di informazioni accurate in Occidente. Il primo resoconto su Bresciaoggi apparve il 30 aprile 1986. Il titolo recitava: «Una nube atomica minaccia l’Europa». Le notizie erano scarse e contraddittorie. Mosca parlava di poche vittime. Altre fonti ipotizzavano migliaia di decessi.

L'apprensione crebbe rapidamente. Si diffuse una vera e propria paura di massa. La mancanza di dati certi alimentava l'incertezza. La portata dell'incidente era ancora difficile da comprendere appieno. La nube radioattiva si stava propagando inesorabilmente.

Misure precauzionali e analisi a Brescia

Anche a Brescia si raccomandò ai cittadini di rimanere in casa. Molti ricordano i richiami dei genitori. Non era permesso giocare all'aperto. Vennero fornite indicazioni sull'assunzione di iodio. Si suggerì di evitare il consumo di alcuni alimenti. Il 3 maggio, il ministro della Sanità Costante Degan vietò le verdure a foglia. La Centrale del Latte di Brescia, su richiesta del sindaco Pietro Padula, sospese il latte fresco. Offrì solo latte UHT a lunga conservazione. Le analisi locali registrarono livelli di radioattività fino a cento volte superiori alla norma. Un titolo su Bresciaoggi evidenziò: «Fall Out a Brescia, fino a 100 volte l’aumento della radioattività». Le analisi sull'acqua piovana furono condotte dal laboratorio di fisica dell'istituto «Calini». Nel frattempo, Mosca continuava a minimizzare l'accaduto.

I giorni successivi videro una paura sempre più diffusa. I primi 600 quintali di ortaggi vennero distrutti in provincia. Questo evento lasciò «in lacrime gli ortolani». I cittadini presero d'assalto i negozi per acquistare verdura surgelata. I prezzi dei prodotti agricoli non contaminati aumentarono. La consapevolezza dell'enormità del disastro crebbe. Coinvolse sia la popolazione sia i media. La politica nucleare del governo Craxi iniziò a vacillare. Si cominciò a discutere di un referendum. Il 7 maggio, l'URSS ammise ufficialmente l'incidente.

La fine dell'emergenza e il referendum sul nucleare

L'Ospedale Civile e l'USSL di Brescia avviarono analisi per la radioattività. Monitorarono aria e terra. L'unità socio-sanitaria istituì un numero telefonico dedicato. Serviva a rispondere alle domande dei cittadini. Il centralino fu letteralmente preso d'assalto. Il 13 maggio arrivò la prima notizia positiva: l'emergenza era terminata. Tra il 13 e il 17 maggio, verdura e latte fresco tornarono sulle tavole. Dopo due settimane, Chernobyl passò in secondo piano. Il quotidiano iniziò a concentrarsi sulle raccolte firme. Queste portarono al referendum del 1987. Il referendum sancì il no all'energia nucleare in Italia.

L'incidente di Chernobyl: cause e conseguenze

L'esplosione avvenne all'1:23 del 26 aprile 1986. Fu causata da un errore umano durante un test di sicurezza. L'incidente coinvolse il reattore numero quattro della centrale. Questa si trovava nell'attuale Ucraina settentrionale, all'epoca parte dell'Unione Sovietica. Nei giorni seguenti, una nube radioattiva contaminò gravemente Ucraina, Bielorussia e Russia. La nube si diffuse poi in tutta Europa. Un rapporto ONU del 2005 stimò circa 4.000 morti. Questi decessi furono previsti o accertati nei tre paesi più colpiti. Le stime di Greenpeace del 2006 ipotizzarono complessivamente 100.000 vittime.