Nuove rivelazioni emergono dall'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. Magistrati bresciani indagano su luoghi a Verona, teatro di presunti incontri tra neofascisti e membri dei servizi segreti. La testimonianza di una superteste chiave riapre scenari inquietanti.
Luoghi chiave dell'inchiesta a Verona
La complessa vicenda della strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia, si arricchisce di nuovi, inquietanti dettagli che puntano verso la città di Verona. Magistrati bresciani stanno esaminando attentamente tre specifici luoghi veronesi. Questi siti sarebbero stati, secondo le accuse, i teatri di incontri riservati tra esponenti dell'estrema destra veneta e neofascisti bresciani. Gli incontri sarebbero avvenuti nel 1974, anno della strage. In queste sedi si sarebbero pianificati attentati e scambiati informazioni sensibili. Le indagini si concentrano su Palazzo Carli, la caserma dei carabinieri di Parona e l'ex sede del Sid (Servizio Informazioni Difesa) in via Montanari.
Questi luoghi sono ora al centro dell'attenzione per la loro potenziale connessione con la pianificazione di atti eversivi. Le dichiarazioni di una figura chiave, Ombretta Giacomazzi, ex testimone di 17 anni all'epoca dei fatti, hanno riacceso i riflettori su questi siti. La sua testimonianza è considerata fondamentale per comprendere le dinamiche che hanno portato all'attentato del 28 maggio 1974. La sua figura è centrale per valutare la credibilità di quanto emerso.
L'inchiesta mira a ricostruire i legami tra ambienti neofascisti e apparati dello Stato. La città di Verona emerge quindi come un tassello importante nel complesso puzzle della strategia della tensione. Le indagini cercano di fare luce sui presunti incontri con ufficiali dell'Arma, membri dei servizi segreti e rappresentanti della Ftase/Nato. Questi incontri avrebbero avuto lo scopo di scambiare documenti, denaro e fotografie compromettenti. La portata di queste rivelazioni potrebbe riscrivere parte della storia legata a quel tragico periodo.
La testimonianza di Ombretta Giacomazzi
La credibilità della superteste Ombretta Giacomazzi è un elemento cruciale per l'indagine. All'epoca della strage, aveva solo 17 anni. Oggi, la sua testimonianza è considerata fondamentale per l'ultima inchiesta sui presunti esecutori materiali dell'attentato. La sua figura è emersa con forza nel processo che ha già portato alla condanna di Marco Toffaloni, ex camerata veronese all'epoca sedicenne. Attualmente, il processo d'appello per Toffaloni è in corso. Parallelamente, è sotto giudizio l'amico di Toffaloni, Roberto Zorzi.
La Giacomazzi era la fidanzata del neofascista bresciano Silvio Ferrari. Ferrari era un personaggio controverso, descritto come una spia doppiogiochista. Secondo le accuse, Ferrari avrebbe avuto contatti con l'ex capitano dei carabinieri Francesco Delfino, con i vertici del Sid e con gli americani della Ftase. La sua figura è legata anche alla Questura di Brescia. Ferrari morì in un misterioso attentato nove giorni prima della strage di piazza Loggia. Fu dilaniato da una bomba che trasportava sulla sua Vespa.
La Giacomazzi ha dichiarato che Ferrari frequentava assiduamente i luoghi ora sotto inchiesta. Lei lo accompagnava spesso, fungendo da testimone e garante. Secondo le accuse e le dichiarazioni della teste, Ferrari partecipava a incontri riservati. Tra gli altri, erano presenti Delfino e il generale del Sid Angelo Pignatelli, oltre a Toffaloni. In questi incontri, Ferrari riceveva incarichi specifici. Uno di questi incarichi riguardava il piazzamento di una bomba nel locale bresciano Blue Note. Questo locale era inviso agli ambienti neofascisti perché frequentato da omosessuali e prostitute. La bomba, tuttavia, esplose tra le gambe di Ferrari stesso.
La Giacomazzi era incaricata di custodire fotografie compromettenti scattate da Ferrari. Per lungo tempo, fu minacciata e persino incarcerata, presumibilmente per depistare le indagini sull'eversione nera. La sua svolta narrativa sarebbe avvenuta solo in seguito, parlando con il colonnello Massimo Giraudo. Giraudo aveva indagato per oltre dodici anni per la Procura di Brescia. Nelle sue oltre quaranta deposizioni, la Giacomazzi ha descritto la caserma di Parona. Ha parlato di una sala riunioni in un seminterrato, illuminato da finestre basse. La caserma è stata ristrutturata nel 2016, ma il seminterrato e le finestrelle sarebbero rimasti intatti.
Il sopralluogo e le testimonianze
La Corte, presieduta da Roberto Spanò, con la partecipazione della pm Caty Bressanelli e del procuratore Silvio Bonfigli, si è recata a Verona. Erano presenti anche gli avvocati delle parti civili, tra cui Manlio Milani, e il difensore di Zorzi, Stefano Casali, accompagnato dal suo consulente Andrea Manfredi. L'udienza fuori sede è durata oltre tre ore. L'obiettivo era verificare sul posto quanto la Giacomazzi sostiene di aver visto negli anni '70.
La Giacomazzi, all'epoca dei fatti sedicenne, ha confermato in aula di aver provato paura. Ha anche ammesso di essere stata spinta a indicare nomi di persone innocenti. Questo aspetto solleva ulteriori interrogativi sulla sua deposizione. La teste ha ricordato distintamente il centrale e antico Palazzo Carli, oggi sede del Comando delle forze terrestri dell'esercito. Ha descritto l'accesso laterale con la sbarra abbassata, la fontana vicino a cui Ferrari parcheggiava la sua Vespa e la scala che conduceva al piano superiore, dove si trovavano gli uffici della Ftase.
Ha anche fatto riferimento al quinto piano dell'edificio di via Montanari, l'ex sede del Sid, ora occupato dall'Inps. La teste ha ricordato la presenza di una stradina che permetteva un accesso dal retro. Questa circostanza è stata confermata dalle testimonianze di due vicini, Adriana Bertaso e Umberto Mottinelli, raccolte dalla Corte. Unico elemento di discordanza è la presenza di una recinzione, che la Giacomazzi non ricordava. Questo dettaglio, seppur minore, è stato sottolineato dalla difesa.
Il difensore di Zorzi, avvocato Casali, ha stigmatizzato questi elementi. Li ha interpretati come un ulteriore punto a favore dell'inattendibilità della teste. Casali ha ribadito con forza che Zorzi non è mai stato in questi luoghi. La difesa punta a minare la credibilità della Giacomazzi, evidenziando le discrepanze e le possibili pressioni subite. La ricostruzione dei fatti a Verona, se confermata, potrebbe fornire nuovi elementi per la chiusura del cerchio sulla strage di piazza della Loggia. L'inchiesta continua a scavare nel passato, cercando verità e giustizia per le vittime di quel tragico evento. La memoria di quel giorno, il 28 maggio 1974, quando otto persone persero la vita e 104 rimasero ferite, rimane viva.
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