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Nuove rivelazioni sul processo per la strage di Piazza Loggia a Brescia svelano un presunto 'terzo livello' di mandanti. Le indagini si concentrano su legami con Verona e figure istituzionali.

Verona e il presunto 'terzo livello'

La strage di Brescia, avvenuta in Piazza della Loggia, getta nuova luce su un presunto 'terzo livello'. Questo livello coinvolgerebbe mandanti, alti ufficiali e persino figure di istituzioni straniere. Si ipotizza che questi soggetti sapessero degli attentati o ne influenzassero la direzione. La vicenda si inserisce nel contesto della 'strategia della tensione'. Questo periodo vide attentati neofascisti insanguinare l'Italia tra gli anni '70 e '80.

Le indagini attuali si concentrano sull'ultimo processo in corso a Brescia. L'accertamento della verità passa attraverso luoghi chiave di Verona. I giudici hanno recentemente effettuato un sopralluogo in queste aree. L'obiettivo è ricostruire i collegamenti tra i fatti di Brescia e la città scaligera.

Luoghi chiave a Verona indagati

Diversi edifici veronesi sono al centro dell'attenzione. Tra questi figura Palazzo Carli. Questo era la sede del Comando forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE). L'FTASE rappresentava il braccio militare della NATO. Anche la caserma dei carabinieri di Parona, una zona periferica di Verona, è sotto esame. Infine, un palazzo in via Montanari viene studiato. Nel 1974, questo edificio ospitava il controspionaggio del SID.

È significativo che gli imputati Marco Toffaloni e Roberto Zorzi siano originari di Verona. Entrambi sono accusati di aver posizionato i candelotti di gelignite in Piazza Loggia. Toffaloni, all'epoca sedicenne, ora cittadino svizzero, è stato condannato a 30 anni. Zorzi vive a Seattle, negli Stati Uniti. Lì gestisce un allevamento di doberman.

La testimonianza della 'ragazza della pizzeria'

Due testimoni chiave hanno evidenziato il legame tra Brescia e Verona riguardo alla strage. Ombretta Giacomazzi, nota come la 'ragazza della pizzeria' Ariston di Brescia, aveva 16 anni nel 1974. Frequentava il suo locale con neofascisti di entrambe le città. In quel periodo, era fidanzata con Silvio Ferrari. Quest'ultimo spiava per il capitano dei carabinieri Francesco Delfino e per il vicequestore Carlo Lamanna.

Silvio Ferrari morì misteriosamente il 19 maggio 1974. Aveva 21 anni e fu ucciso da una bomba che trasportava su una Vespa. Si presume che la stesse portando al locale Blue Note. Giacomazzi ha iniziato a condividere i suoi ricordi solo dal 2015. Ha parlato a più riprese, dopo anni di silenzio forzato. Le minacce la costringevano a tacere o a mentire. «Avevo paura a parlare», ha dichiarato in aula. «Io c'ero, ho visto tanti fatti e li ho sulla coscienza».

Riunioni segrete con i carabinieri

Durante i processi, Giacomazzi ha raccontato di recarsi a Parona con Silvio. Ha partecipato ad almeno due o tre riunioni nel seminterrato della caserma. Vi partecipavano regolarmente il capitano Delfino. Erano presenti anche Nando Ferrari (referente del Fronte della Gioventù di Brescia), Marco Toffaloni e il carabiniere del SID Angelo Pignatelli. Era presente anche Remo Selvaggi, comandante dei carabinieri di Verona. C'era pure il carabiniere Sandrini, braccio destro di Delfino.

Le discussioni riguardavano l'attentato al Blue Note, considerato un locale malfamato. Pignatelli avrebbe spinto Silvio a compiere l'attentato. Gli proposero di trasferirsi a Milano per collaborare con loro. Si parlò anche del reperimento di esplosivo. Ci fu un diverbio tra Toffaloni e Silvio. Toffaloni sosteneva che l'esplosivo non potesse essere recuperato dalla caserma di Verona. Suggerì invece di prenderlo dalla caserma Papa a Brescia, tramite una copertura. Sembrava ci fossero anche delle pressioni.

Gli ultimi spostamenti con il fidanzato

Silvio Ferrari era stanco di quella vita pericolosa. Non si fidava più di nessuno e voleva ritirarsi. Per proteggersi, portava con sé Giacomazzi e scattava fotografie, che le aveva consegnato. Queste foto sono poi scomparse. La testimone ha ipotizzato che Ferrari ricevesse denaro dai carabinieri. Con lui, Giacomazzi visitò anche Palazzo Carli. Lei rimaneva nel cortile, vicino alla Vespa parcheggiata. Entravano da un ingresso secondario con una sbarra. Delfino e un militare con basco amaranto venivano a prenderlo.

Giacomazzi non ricorda date precise. Colloca questi spostamenti nei cinque mesi precedenti la morte del fidanzato. Ricorda però dettagli dei luoghi, ancora riconoscibili oggi. La testimone ricorda anche il palazzo di via Montanari. Al quinto piano si trovava il SID. Ferrari la portava anche lì, dove ora sorge l'INPS, per incontrare uomini dello Stato. Discutevano di bombe.

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