Roberto Savi, figura chiave della banda Uno Bianca, rivela a 'Belve' le pressioni subite per compiere omicidi. L'ex poliziotto, detenuto dal 1994, menziona richieste specifiche e coperture da parte di figure esterne al mondo criminale.
Le pressioni per eliminare persone
Roberto Savi, detenuto dal 1994, ha condiviso dettagli inediti sulla sua partecipazione alla banda della Uno Bianca. In un'intervista a Francesca Fagnani per il programma 'Belve', Savi ha ammesso di aver ricevuto richieste per compiere omicidi.
L'ex poliziotto ha dichiarato che esistevano «degli uffici particolari» con un proprio apparato. A questi uffici, ha spiegato Savi, la banda forniva un servizio. La conduttrice ha chiesto se gli fosse mai stato richiesto di eliminare qualcuno, e Savi ha risposto con un cenno affermativo.
Queste dichiarazioni gettano nuova luce sulle dinamiche interne e sulle influenze esterne che avrebbero guidato le azioni della banda. La copertura investigativa garantita da presunti «personaggi che non sono dei delinquenti» è un altro punto cruciale emerso.
L'omicidio di Pietro Capolungo
Durante l'intervista, è stato affrontato anche l'episodio della rapina all'armeria di via Volturno, avvenuta il 2 maggio 1991. In quell'occasione, Roberto e suo fratello Fabio Savi uccisero la proprietaria Licia Ansaloni e il collaboratore Pietro Capolungo.
La conduttrice ha sottolineato che non vi fosse la necessità di uccidere in quell'occasione. Savi ha però replicato che per Capolungo la situazione era diversa. La motivazione risiedeva nel fatto che Capolungo fosse un ex carabiniere con legami con i servizi segreti dell'Arma.
«Era tutto insieme di cose intrallazzate», ha spiegato Savi, definendo Capolungo un ex dei «servizi particolari dei carabinieri». Questa rivelazione suggerisce un movente più complesso dietro l'omicidio, legato alle presunte attività di Capolungo.
Le coperture e gli incarichi esterni
Roberto Savi ha confermato di aver pronunciato frasi relative all'inserimento di «personaggi che non sono dei delinquenti» che garantivano la copertura della rete investigativa. Ha ammesso di ricordare di aver detto queste parole, confermandone la veridicità.
L'intervista a 'Belve', in onda su Raidue, promette di svelare ulteriori retroscena sull'operato della banda della Uno Bianca. Le dichiarazioni di Savi aprono interrogativi sulla possibile collusione tra membri delle forze dell'ordine o servizi segreti e organizzazioni criminali.
La banda della Uno Bianca ha seminato terrore per anni, commettendo numerosi omicidi e rapine. Le indagini hanno sempre cercato di fare luce sui mandanti e sulle coperture che avrebbero permesso alla banda di operare indisturbata per così tanto tempo.
Le parole di Roberto Savi sembrano confermare l'esistenza di una rete di supporto esterna, che andava oltre il semplice gruppo criminale. Questo aspetto è fondamentale per comprendere appieno la portata e la complessità del fenomeno Uno Bianca.
L'ergastolo comminato a Savi non ha fermato la sua volontà di parlare, offrendo una prospettiva diretta sugli eventi. La sua testimonianza a 'Belve' rappresenta un tassello importante per ricostruire la verità su uno dei periodi più oscuri della cronaca italiana.
La conduttrice Francesca Fagnani ha saputo incalzare Savi, ottenendo ammissioni significative. L'intervista è un'occasione per il pubblico di ascoltare direttamente dalla voce di uno dei protagonisti le motivazioni e le circostanze che hanno portato a fatti di cronaca così gravi.
La confessione di Savi riguardo alle richieste di omicidio e alle coperture esterne potrebbe riaprire vecchi fascicoli o fornire nuove piste investigative. La vicenda della Uno Bianca continua a suscitare interesse e a sollevare domande inquietanti.
La frase «Loro ce la mettevano tutta, ma non ci trovavano, non ci prendevano» suggerisce una consapevolezza da parte di Savi di essere protetto o comunque di avere una sorta di impunità garantita. Questo aspetto merita approfondimenti.
L'intervista completa andrà in onda stasera su Raidue, offrendo uno sguardo approfondito su una delle pagine più buie della storia criminale italiana. La figura di Roberto Savi e le sue rivelazioni sono al centro dell'attenzione.