Un uomo, detenuto per 81 giorni a causa di un errore di identità, ha presentato una richiesta di risarcimento di 28.000 euro alla Corte d'Appello di Perugia. La corte si è riservata di decidere.
Richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione
Un cittadino nigeriano ha avanzato una richiesta di risarcimento danni. L'uomo ha trascorso 81 giorni in carcere tra Grecia e Italia. Questo a seguito di una condanna a 21 anni per traffico di droga. Successivamente, è emerso che si trattava di un errore di persona. Nel 2025, l'uomo è stato assolto dall'accusa. La sua istanza per ingiusta detenzione è stata presentata alla Corte d'Appello di Perugia. La corte ha ascoltato l'udienza e si è riservata di emettere una decisione.
Il difensore, l'avvocato Luca Sebastiani del foro di Bologna, ha definito la vicenda «incredibile, a tratti sconcertante». La sua ricostruzione copre un arco giudiziario di quasi 18 anni. Il suo assistito è stato scambiato per un omonimo. Quest'ultimo era coinvolto nell'inchiesta denominata «Black passenger». L'indagine riguardava una presunta organizzazione dedita all'importazione di stupefacenti dall'Africa. L'errore di persona è stato poi ufficialmente riconosciuto dal Tribunale di Perugia con la sentenza di assoluzione.
Dettagli dell'arresto e della detenzione
Nel 2010, nei confronti dell'uomo era stata emessa un'ordinanza di custodia cautelare. Dichiarato latitante, fu arrestato in Grecia nell'aprile 2013. L'arresto avvenne in esecuzione di un mandato d'arresto europeo. L'uomo rimase detenuto per circa venti giorni in una prigione greca. Successivamente, fu trasferito in Italia. La detenzione complessiva, sommando i periodi nei due Paesi, raggiunse gli 81 giorni. La scarcerazione avvenne nel luglio 2013.
La difesa ha evidenziato alcuni elementi che avrebbero dovuto far emergere immediatamente lo scambio di persona. Tra questi, una differenza di circa dieci centimetri nell'altezza. Questa discrepanza era presente tra l'arrestato e il soggetto ricercato, come documentato negli atti processuali. Durante la fase cautelare, il difensore presentò diverse istanze per ottenere la revoca della misura restrittiva. Su richiesta del legale, la Procura ordinò una consulenza fonica. Questa fu affidata alla polizia scientifica per confrontare la voce dell'arrestato con quelle registrate nelle intercettazioni dell'operazione “Black Passenger”.
La consulenza fonica e la scarcerazione
Dall'analisi comparativa delle voci, non fu possibile stabilire con certezza che la voce intercettata appartenesse all'uomo arrestato. Alla luce di questi risultati, la Procura chiese la revoca della misura cautelare. Il Tribunale accolse la richiesta e l'uomo venne scarcerato. Nonostante la scarcerazione e gli esiti della consulenza fonica, questi elementi furono «incredibilmente ignorati» dalla Procura e dal Tribunale di Perugia. Così ha ricordato l'avvocato Sebastiani in aula. Il processo continuò nei confronti dell'uomo, culminando nella sua condanna a 21 anni di reclusione.
Convinto che la sua vicenda si fosse conclusa con la scarcerazione, l'uomo si era nel frattempo trasferito in Irlanda. Scoprì soltanto nel 2020 che la condanna era diventata definitiva. Un nuovo difensore ottenne la restituzione dei termini per poter impugnare la sentenza. La Corte d'Appello di Perugia annullò la condanna e dispose un nuovo giudizio. Questo nuovo processo si concluse nell'ottobre 2025 con l'assoluzione con la formula «per non aver commesso il fatto».
Conseguenze personali e familiari
«Parliamo di un ragazzo che da questa vicenda è stato completamente devastato», ha dichiarato il difensore. «Al di là dei quasi tre mesi di custodia cautelare in carcere», ha aggiunto, «trascorsi in un Paese straniero del quale non conosceva la lingua, lontano dai suoi cari e senza sapere come sarebbe andata a finire, lui continuava a gridare la propria innocenza, ma non gli veniva riconosciuta e i giorni passavano». Il legale ha riferito che la vicenda ha avuto pesanti ripercussioni anche sulla famiglia dell'uomo. «In quel periodo», ha sostenuto, «la moglie si è ammalata e ha sviluppato una depressione maggiore».
«Oggi lo abbiamo documentato: il danno è enorme e non potrà mai essere ripagato da qualsiasi cifra eventualmente stabilita dalla Corte, perché è probabilmente incalcolabile», ha concluso l'avvocato Sebastiani. La richiesta di risarcimento ammonta a circa 28.000 euro, oltre alle spese legali. La Corte d'Appello di Perugia valuterà ora l'istanza presentata.
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