Il dottor Pierluigi Viale, figura chiave nella lotta alle malattie infettive a Bologna, conclude la sua carriera quarantennale. La sua esperienza spazia dall'emergenza Aids alla pandemia di Covid-19, segnando un'epoca nella medicina.
Un percorso medico tra sfide epocali
Il dottor Pierluigi Viale, luminare nel campo delle malattie infettive, ha annunciato il suo ritiro. La sua carriera, durata ben 40 anni, lo ha visto protagonista in prima linea. Ha affrontato alcune delle sfide sanitarie più significative del nostro tempo. La sua dedizione è iniziata con la lotta all'Aids, una malattia allora misteriosa e letale. Ha poi proseguito con la gestione della pandemia di Covid-19, dimostrando grande competenza e umanità.
Viale ha diretto per anni il reparto di Malattie Infettive dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna. Questo incarico lo ha reso un punto di riferimento per la sanità emiliano-romagnola. La sua figura è diventata emblematica per la risposta italiana alla crisi pandemica. La sua testimonianza offre uno spaccato prezioso sull'evoluzione della medicina e della società.
Dall'Aids al Covid: un testimone di cambiamenti
In un'intervista, Viale ha ripercorso le tappe fondamentali della sua professione. Ha ricordato la sua tesi di laurea sull'Aids, un morbo che all'epoca spaventava il mondo intero. «Mi sono laureato con una tesi sull'Aids, che allora era una malattia sconosciuta e mortale», ha dichiarato. Oggi, la situazione è radicalmente cambiata. «Adesso chi ha l'Hiv può aprire un mutuo trentennale», ha aggiunto, sottolineando i progressi terapeutici e sociali.
La paura, tuttavia, è stata una costante. Sia di fronte all'Aids che al Covid, Viale ha avvertito un profondo senso di preoccupazione. «Con l'Aids – ha ricordato – ero un giovane specializzando, avevo la stessa età dei malati che curavo». La mancanza di strumenti terapeutici efficaci e di una solida cultura immunologica all'epoca rendeva la situazione drammatica. «Ho nella mente e nel cuore decine di ragazzi, morti con tanta sofferenza», ha confessato.
Questa esperienza precoce ha plasmato la sua visione della medicina. «Quell'esperienza mi ha insegnato che noi medici non siamo deputati a guarire ma in primis a curare». Ha evidenziato l'importanza della vicinanza umana ai pazienti, specialmente quando le cure mediche erano limitate. «E inizialmente li abbiamo curati solo con la nostra disponibilità», ha aggiunto.
La pandemia come uno tsunami
L'arrivo del Covid-19 ha rappresentato una sfida di proporzioni diverse. «Il Covid è arrivato in un contesto diverso, più evoluto. Ma è stato uno tsunami», ha affermato Viale. La pandemia ha messo a dura prova il sistema sanitario nazionale. Ha rivelato fragilità strutturali e organizzative. «Con il Covid – ha spiegato – abbiamo capito che una nazione civile con un sistema sanitario avanzatissimo come il nostro deve migliorare la qualità architettonica e organizzativa dei propri ospedali».
La crisi sanitaria ha anche sottolineato l'importanza di un approccio integrato alla cura. «E che la medicina di prossimità è importante quanto quella di massima complessità», ha sottolineato. Viale ha ribadito la necessità di una visione olistica della sanità. «Siamo tutti ingranaggi della stessa catena», ha concluso, evidenziando l'interconnessione tra i diversi livelli di assistenza.
La gestione dell'emergenza Covid a Bologna
Viale ha condiviso un ricordo indelebile dell'inizio della pandemia. «Il 29 febbraio 2020 ci fu una riunione in cui decidemmo di riservare 5 posti di terapia intensiva e 10-12 letti di malattie infettive per eventuali casi di Covid», ha raccontato. La rapidità con cui la situazione è precipitata è stata sconvolgente. «Una settimana dopo c'è mancato poco che mettessimo i malati in giardino», ha ammesso con amarezza.
Nonostante le difficoltà estreme, la risposta del personale sanitario è stata encomiabile. «Ma ce l'abbiamo fatta», ha affermato con orgoglio. Viale ha difeso l'operato del sistema sanitario italiano durante la fase critica. «Al di là di tutte le posizioni di retroguardia e di critiche a ciò che fu fatto tra il 2020 e il 2022 l'Italia è un paese che si è organizzato meglio di altri». Ha elogiato la capacità di adattamento e resilienza dimostrata dal personale medico e dalle strutture ospedaliere.
La sua lunga carriera a Bologna, iniziata negli anni '80, lo ha visto attraversare molteplici epidemie e cambiamenti nella gestione delle malattie infettive. La sua figura rappresenta un patrimonio di conoscenza ed esperienza per la comunità medica e per la città. Il suo pensionamento segna la fine di un'era, ma lascia un'eredità preziosa.
La sua testimonianza è un monito e un incoraggiamento. Ricorda l'importanza della preparazione, della ricerca e della solidarietà. Soprattutto, sottolinea il valore insostituibile del rapporto umano tra medico e paziente. La sua dedizione ha contribuito a salvare innumerevoli vite e a migliorare la qualità dell'assistenza sanitaria. La sua figura rimane un esempio di professionalità e impegno civile.