È deceduta Rosanna Liverani, madre di Pierpaolo Minguzzi. La donna è stata fondamentale nel riaprire il caso irrisolto dell'omicidio del figlio, avvenuto nel 1987 ad Alfonsine.
Addio a Rosanna Liverani, madre coraggio
Si è spenta all'età di 93 anni Rosanna Liverani. La donna era la madre di Pierpaolo Minguzzi, giovane studente e carabiniere di leva. Pierpaolo fu rapito e assassinato nel 1987 ad Alfonsine. La sua scomparsa ha segnato profondamente la famiglia.
Pierpaolo Minguzzi avrebbe oggi compiuto 60 anni. La sua assenza è sentita dai familiari: il fratello Giancarlo, la sorella Anna Maria, i generi, le nuore e i nipoti. Il suo nome figura nel manifesto funebre, poiché le sue ceneri saranno tumulate nella cappella di famiglia, accanto a quelle del figlio Pierpaolo.
La battaglia per la giustizia di Rosanna Liverani
La riapertura dell'indagine sulla morte di Pierpaolo Minguzzi è merito dell'instancabile impegno di Rosanna Liverani. La madre non accettò mai che il caso diventasse un cold case, destinato all'archiviazione. La sua determinazione la portò a presentare un esposto alla Procura di Ravenna.
Questo gesto diede il via a una nuova inchiesta nel 2018. Il corpo di Pierpaolo fu riesumato. L'indagine fu coordinata dai pm Alessandro Mancini e Marilù Gattelli. Tre persone furono portate a processo.
Il processo per l'omicidio Minguzzi
Gli imputati erano Orazio Tasca (oggi 51enne), Angelo Del Dotto (53 anni), entrambi ex carabinieri, e Alfredo Tarroni (70 anni), all'epoca idraulico del paese. In primo grado, tutti furono assolti con la formula «per non aver commesso il fatto».
La sentenza d'appello ribaltò il verdetto. I due ex militari furono condannati all'ergastolo. Alfredo Tarroni venne invece assolto. La decisione definitiva spetta ora alla Cassazione, con udienza fissata per il 2 dicembre.
Una donna di grande forza e determinazione
Rosanna Liverani è descritta come una donna d'altri tempi. Rappresentava lo spirito e i valori della famiglia Minguzzi, nota nel settore dell'ortofrutta. Non mancò a nessuna udienza nei due gradi di giudizio.
Era sempre presente in prima fila. Depose più volte davanti ai giudici, raccontando i terribili 10 giorni successivi al rapimento. Ricordò le telefonate per il riscatto di 300 milioni di lire. Poi il silenzio, prima del ritrovamento del corpo nel Po di Volano il 1° maggio.
La sua forza d'animo emerse anche nel smentire l'alibi di Angelo Del Dotto. Negò di aver chiamato la caserma la notte della sparizione. Dopo la sentenza d'appello, dichiarò di essere stata mossa dalla «voglia di giustizia e verità».
Nonostante la delusione del primo grado, quando definì la giustizia «marcia», non perse mai la speranza. Avrebbe voluto essere presente anche all'udienza in Cassazione. Ora attenderà il responso finale accanto al suo amato Pierpaolo, nel ricordo di un amore mai sopito.