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Referendum Lombardia: Milano e capoluoghi contro, il resto con Meloni

23 marzo 2026, 21:20 5 min di lettura
Referendum Lombardia: Milano e capoluoghi contro, il resto con Meloni Immagine da Wikimedia Commons Bergamo
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Il referendum in Lombardia rivela una spaccatura netta: Milano e i principali centri urbani hanno votato contro la riforma, mentre la maggior parte della regione ha espresso un parere favorevole. L'analisi dei risultati evidenzia due anime distinte all'interno della Lombardia, con implicazioni politiche future.

Referendum Lombardia: il Sì prevale, ma con divisioni interne

I cittadini lombardi hanno espresso il loro voto nel referendum, mostrando una tendenza regionale differente da quella nazionale. In Lombardia, il fronte del “sì” ha ottenuto la maggioranza dei consensi, superando il 50% delle preferenze. Questo risultato si discosta nettamente dall'esito a livello nazionale, dove invece il “no” ha prevalso. La regione si posiziona così tra le aree del paese che hanno dato il proprio appoggio alla proposta di riforma.

Tuttavia, questa vittoria regionale nasconde significative divergenze interne. Diverse città importanti hanno invertito la tendenza regionale, esprimendo un voto contrario. Tra queste spiccano Milano, Bergamo, Brescia, Lodi, Mantova, Monza e Pavia. In queste realtà urbane, il “no” ha ottenuto la maggioranza dei voti, segnalando un malcontento o una posizione differente rispetto al resto del territorio.

A Milano, in particolare, il distacco è stato considerevole. Oltre il 58% degli elettori milanesi si è espresso contro il quesito referendario. Questo dato evidenzia una forte opposizione nella metropoli lombarda, che si è distinta nettamente dal resto della regione. La Ztl, un tempo considerata un punto di frizione, si è rivelata una sorpresa inaspettata, indicando un orientamento politico specifico.

Milano e i capoluoghi contro: un segnale per il futuro politico

L'analisi dettagliata dei risultati del referendum sulla riforma della giustizia mette in luce una geografia del voto polarizzata. Mentre la Lombardia nel suo complesso ha approvato la riforma con il 53,6% dei voti favorevoli, le principali città hanno manifestato un orientamento opposto. Il “no” ha ottenuto il 46,4% a livello regionale, ma ha dominato in centri chiave come Milano, Bergamo, Brescia, Lodi, Mantova, Monza e Pavia.

A Milano, il “no” ha raccolto il 58,3% delle preferenze, con un margine di oltre 16 punti percentuali rispetto al “sì”. Questo risultato consolida la posizione di Milano come un bastione del dissenso, almeno in questa tornata referendaria. Anche altre città hanno registrato un netto prevalere del “no”: a Mantova ha ottenuto il 56,2%, a Pavia il 54,4%, a Bergamo il 54,2%, a Brescia il 52,5%, a Monza il 52% e a Como il 51,1%. A Lodi, il “no” ha vinto per un margine minimo, attestandosi al 50,1%.

Un dato interessante emerge dal Municipio 1 di Milano, che comprende il centro storico. Contrariamente alla tendenza generale della città e alla linea del centrosinistra, che governa il comune da quasi 15 anni, in questa zona il “sì” ha prevalso con il 51,1%. Questo risultato isolato nel cuore di Milano rappresenta un'eccezione significativa.

Affluenza e confronto nazionale: la Lombardia in controtendenza

L'affluenza alle urne in Lombardia è stata superiore alla media nazionale. Il 63,76% degli aventi diritto si è recato alle urne, a fronte del 58,9% registrato a livello di Paese. Questo dato testimonia un forte interesse dei lombardi per la consultazione referendaria. Le province che hanno registrato la maggiore affluenza sono state Bergamo (68,8%), Brescia (67,36%) e Monza (67,2%). Anche Milano ha visto una partecipazione elevata, con il 65,14%.

A livello nazionale, il “no” ha vinto con il 53,7% dei voti, mentre il “sì” si è fermato al 46,3%. La Lombardia, insieme al Veneto e al Friuli Venezia Giulia, rappresenta quindi un'eccezione, distinguendosi dal resto del Paese. Queste tre regioni sono tutte guidate da presidenti di centrodestra, con maggioranze appartenenti alla stessa coalizione.

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha commentato il risultato con soddisfazione, definendo la Lombardia una “terra coraggiosa” e i suoi abitanti “fautori del cambiamento”. Ha espresso rammarico per l'occasione persa, ma ha sottolineato l'importanza del voto democratico. D'altra parte, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha accolto con favore il “no” dei milanesi e degli italiani, definendolo una “gran bella notizia”.

Sala ha evidenziato la soddisfazione per l'alta affluenza a Milano e ha interpretato il risultato come una forte risposta politica. Ha sottolineato che la vittoria del “no” ribadisce che la Costituzione non è immodificabile e che ogni modifica deve migliorare le regole democratiche. Inoltre, ha interpretato questo esito come un segnale che il Paese è “contendibile”, invitando a ripartire da questa base.

Le due anime della Lombardia: città contro provincia

L'esito del referendum evidenzia una divisione profonda all'interno della Lombardia, che può essere descritta come una contrapposizione tra le grandi città e il resto del territorio. Le città capoluogo, in particolare Milano, Bergamo, Brescia, Lodi, Mantova, Monza e Pavia, hanno mostrato una preferenza per il “no”. Questo gruppo rappresenta la “Lombardia delle città”.

Al contrario, il resto della regione, che comprende aree rurali, collinari e montane, ha votato prevalentemente per il “sì”. Questa “Lombardia che unisce campagna, collina e montagna” ha trainato il risultato regionale, allineandosi con le indicazioni del centrodestra e del presidente Fontana. La vittoria del “sì” in tutte le province lombarde, ma non in tutti i capoluoghi, conferma questa dicotomia.

Il caso di Milano è emblematico. Il “no” ha prevalso in 8 dei 9 Municipi, un dato che potrebbe essere interpretato positivamente dal centrosinistra in vista delle prossime elezioni comunali. L'eccezione del Municipio 1, dove ha vinto il “sì”, rappresenta un elemento di interesse per le future strategie politiche.

Questi risultati offrono indicazioni contrastanti per le future scadenze elettorali. Nel 2027 si voterà per il sindaco di Milano, mentre nel 2028 si eleggerà il presidente della Regione. La polarizzazione emersa dal referendum suggerisce che le prossime campagne elettorali saranno caratterizzate da dinamiche complesse e da una forte competizione tra le diverse anime della regione.

La vittoria del “sì” in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, regioni a guida centrodestra, potrebbe rafforzare la posizione del governo nazionale. Tuttavia, la netta opposizione manifestata dalle principali città, a partire da Milano, indica che il consenso non è uniforme e che esistono aree di forte dissenso. La capacità dei partiti di interpretare e rispondere a queste diverse esigenze territoriali sarà cruciale per il successo nelle prossime competizioni elettorali.

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