Bergamo: Omicidio Via Tiraboschi, 20 anni per Sadate Djiram
La Corte d'Assise di Bergamo ha emesso la sentenza per l'omicidio di Mamadi Tunkara. Sadate Djiram è stato condannato a 20 anni e due mesi, con esclusione delle aggravanti di premeditazione e futili motivi. La difesa si dichiara parzialmente soddisfatta.
Omicidio Via Tiraboschi: La Sentenza Definitiva
La Corte d'Assise di Bergamo ha pronunciato la sua decisione nel processo per l'omicidio di Mamadi Tunkara. L'imputato, Sadate Djiram, è stato condannato a una pena di 20 anni e due mesi di reclusione. Questa sentenza arriva dopo un lungo iter giudiziario che ha visto la Procura richiedere l'ergastolo. La Corte ha riconosciuto la colpevolezza dell'imputato per il reato commesso. Tuttavia, sono state escluse le aggravanti di premeditazione e di aver agito per futili motivi. La decisione è stata accolta con un commento di parziale soddisfazione dalla difesa.
L'avvocata Veronica Foglia, legale di Djiram, ha dichiarato: «Ritengo che la Corte d’Assise abbia applicato il diritto e riconosciuto l’insussistenza delle aggravanti che questa difesa ha cercato di togliere. Siamo parzialmente soddisfatti». Queste parole riflettono la complessità del caso e le diverse interpretazioni dei fatti presentate durante il dibattimento. La sentenza chiude un capitolo doloroso per la comunità di Bergamo, segnata da un crimine efferato avvenuto nel gennaio 2025.
Le Richieste dell'Accusa e le Argomentazioni della Difesa
Durante la requisitoria del 12 febbraio, il pubblico ministero Silvia Marchina aveva sollecitato la pena massima, l'ergastolo. La pm aveva descritto il delitto come maturato «in un contesto di gelosia ossessiva e immaginaria, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi». La Procura ha sostenuto con forza la tesi di un piano premeditato. Elementi chiave sono stati i movimenti dell'imputato il giorno prima e il giorno stesso dell'omicidio. Secondo l'accusa, Djiram si sarebbe recato a casa dell'ex fidanzata la sera del 2 gennaio, trovando una valigia che lo avrebbe convinto della presenza o del coinvolgimento della vittima. Questo avrebbe innescato un processo decisionale volto alla vendetta.
Il giorno seguente, l'acquisto di un coltello in un negozio di Bergamo e un primo tentativo di incontrare Tunkara al Carrefour sono stati interpretati come prove di una pianificazione meticolosa. La pm Marchina ha sottolineato: «E qui in lui poteva sorgere un interrogativo nella sua mente: ‘quello che sto facendo è corretto?’. E invece lui è andato avanti». La Procura ha anche evidenziato un presunto «buco temporale» di 12 minuti sollevato dalla difesa, ma ha ribadito che l'incontro tra vittima e imputato sarebbe durato pochissimo, pochi secondi, prima della fuga di Djiram lungo via Ghislanzoni.
La difesa, invece, ha contestato fermamente la premeditazione. L'avvocata Veronica Foglia ha argomentato: «Dagli elementi emersi dall’indagine, non definirei l’evento un agguato». Ha posto un quesito retorico cruciale: «Quando Sadate ha incontrato la vittima, era ben consapevole di avere con sé un coltello. E allora perché non usarlo subito se fosse stato premeditato, evitando la reazione di Mamadi? Perché non agire a colpo sicuro?». La difesa ha anche posto l'accento sulla confessione immediata dell'imputato e sulle sue scuse pubbliche, oltre al parere dello psichiatra, il dottor Bizza, che avrebbe rilevato un «sincero pentimento».
La Vicenda: Cronologia di un Tragico Evento
Il tragico evento si è consumato il 3 gennaio 2025, poco dopo le 16:00, nei pressi dei portici di via Tiraboschi, una zona centrale di Bergamo. Mamadi Tunkara, 36enne originario del Gambia e addetto alla sicurezza presso il Carrefour al civico 53, è stato aggredito mentre si recava al lavoro. L'aggressione è avvenuta con un coltello da cucina di circa 30 centimetri. L'assassino è fuggito rapidamente lungo via Ghislanzoni, inseguito da un passante che urlava per fermarlo.
Le forze dell'ordine hanno identificato il presunto omicida in Sadate Djiram, 28 anni. È stato fermato poche ore dopo a Ponte Chiasso, al confine con la Svizzera. Durante la fuga, aveva perso uno zaino contenente i suoi documenti. Al momento del fermo, indossava ancora abiti macchiati di sangue, elementi che hanno rapidamente collegato Djiram alla scena del crimine. La notizia dell'omicidio aveva scosso profondamente la città, con testimonianze che descrivevano la scena come «un film dell’orrore».
Le Prove e le Ricostruzioni: Accusa vs Difesa
La Procura di Bergamo, rappresentata dalla pm Silvia Marchina, ha costruito la sua accusa su una serie di elementi. Le immagini delle telecamere di sorveglianza hanno giocato un ruolo fondamentale. Alle 9:45 del 3 gennaio, Djiram è stato ripreso mentre acquistava un coltello. Successivamente, si è recato al Carrefour, ma non ha trovato Tunkara. Nel pomeriggio, è tornato nella zona e ha affrontato la vittima. Alle 16:20, le telecamere lo hanno registrato mentre si allontanava lungo via Ghislanzoni. Questi movimenti, secondo l'accusa, dimostravano una pianificazione meticolosa.
La pm ha anche citato un episodio precedente, denunciato dall'ex compagna di Djiram. Il 18 dicembre, Djiram avrebbe preteso un rapporto sessuale, incontrando un rifiuto. La donna aveva riferito di aver dormito con la luce accesa per paura, un comportamento che, per l'accusa, indicava una volontà di controllo e possesso, rafforzando il movente della gelosia. L'avvocata Martina Catale ha rappresentato la famiglia della vittima, assistendo il fratello di Mamadi, Aliou Tunkara, presente a tutte le udienze.
La difesa, affidata agli avvocati Riccardo Bellini e Veronica Foglia, ha presentato una versione alternativa dei fatti. Sadate Djiram sarebbe stato in una profonda crisi personale, devastato dalla fine della relazione con la sua compagna, fonte di stabilità affettiva, economica e sociale. Secondo la difesa, Djiram voleva solo chiarire la situazione con Tunkara, credendo erroneamente che avesse una relazione con la sua ex. Durante l'incontro, la vittima avrebbe colpito Djiram con una catena da bicicletta e un lucchetto, ferendolo alla testa. Solo in stato di confusione, Djiram avrebbe estratto il coltello. La difesa ha sostenuto che la fuga improvvisata verso la Svizzera, senza documenti né un piano, dimostrasse panico e non lucidità. L'acquisto del coltello è stato spiegato come un gesto istintivo, non parte di un piano criminale. La difesa ha chiesto l'esclusione delle aggravanti e, in subordine, il riconoscimento delle attenuanti generiche, descrivendo Djiram come un uomo fragile, incensurato e pentito.