Cronaca

Bergamo: 20 anni e 2 mesi per l'omicidio di via Tiraboschi

18 marzo 2026, 12:51 6 min di lettura
Bergamo: 20 anni e 2 mesi per l'omicidio di via Tiraboschi Immagine generata con AI Bergamo
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La Corte d’Assise di Bergamo ha condannato Sadate Djiram a vent’anni e due mesi di reclusione per l'omicidio di Mamadi Tunkara. Escluse le aggravanti di futili motivi e premeditazione.

Omicidio via Tiraboschi: la sentenza

La pena è stata pronunciata mercoledì 18 marzo 2026 dalla Corte d’Assise di Bergamo. L'imputato, Sadate Djiram, 28 anni, è stato condannato a vent’anni e due mesi di reclusione. La corte ha deciso di escludere le aggravanti dei futili motivi e della premeditazione. Il tragico evento si era verificato nel pomeriggio del 3 gennaio 2025.

Sadate Djiram aveva accoltellato mortalmente Mamadi Tunkara, 36 anni, sotto i portici di via Tiraboschi. La vittima era originaria del Gambia. La sentenza arriva dopo un lungo iter giudiziario.

La Procura, rappresentata dalla pm Silvia Marchina, aveva richiesto la massima pena. La richiesta era di ergastolo. La pm aveva parlato di un delitto maturato in un contesto di gelosia ossessiva e immaginaria. L'accusa aveva inoltre sostenuto la premeditazione e i futili motivi.

Le argomentazioni dell'accusa e della difesa

Uno dei punti cruciali del dibattimento è stato il presunto “buco temporale” di 12 minuti sollevato dalla difesa. La difesa ha cercato di dimostrare l'assenza di premeditazione. La pm Marchina, tuttavia, ha ribadito la sua posizione. Secondo l'accusa, l'incontro tra vittima e imputato sarebbe durato appena un minuto. L'orario indicato è tra le 15:18 e le 15:19.

Pochi istanti dopo, le telecamere avrebbero ripreso Djiram in fuga lungo via Ghislanzoni. La pm ha sottolineato che, data la brevità dell'incontro, ci sarebbe stato poco spazio per un dialogo significativo. L'accusa ha sostenuto che Tunkara non ebbe possibilità di sottrarsi all'aggressione. Sarebbe stato braccato dall'imputato.

La vittima avrebbe tentato di difendersi usando la catena della sua bicicletta. Questo tentativo di difesa sarebbe stato vano. Tunkara sarebbe stato immediatamente scaraventato a terra dalla bicicletta. La Procura ha insistito sul dolo della premeditazione.

La sera precedente all'omicidio, il 2 gennaio 2025, Djiram si sarebbe recato nell'abitazione dell'ex fidanzata. Aveva utilizzato un doppione delle chiavi. Lì avrebbe trovato una valigia. Questo dettaglio lo avrebbe convinto della presenza o del coinvolgimento della vittima. Tunkara era da tempo sospettato di avere una relazione con la donna.

Il giorno dell'omicidio, l'accusa sostiene che l'imputato ebbe tutto il tempo per riflettere. Al mattino, avrebbe acquistato il coltello in un negozio. Successivamente, si sarebbe recato al Carrefour. Non trovò però Tunkara, che non era ancora in turno. La pm ha evidenziato come questo momento potesse essere un'occasione per ripensare alle sue azioni.

La difesa, rappresentata dall'avvocata Veronica Foglia, ha contestato fermamente la premeditazione. L'avvocata ha dichiarato: «Dagli elementi emersi dall’indagine, non definirei l’evento un agguato». Ha aggiunto un punto cruciale: «Quando Sadate ha incontrato la vittima, era ben consapevole di avere con sé un coltello. E allora perché non usarlo subito se fosse stato premeditato, evitando la reazione di Mamadi? Perché non agire a colpo sicuro?»

La difesa ha quindi richiesto la pena minima per l'imputato. Sono stati sottolineati due aspetti importanti. La confessione immediata, definita «non scontata». Djiram aveva anche chiesto scusa pubblicamente in aula. È stato citato anche il parere dello psichiatra, il dottor Bizza. Quest'ultimo avrebbe rilevato nell'imputato un «sincero pentimento».

La ricostruzione dei fatti

Il 3 gennaio 2025, poco dopo le 16:00, Mamadi Tunkara, 36 anni, viene ucciso a Bergamo. L'aggressione avviene sotto i portici di via Tiraboschi. La vittima lavorava come addetto alla sicurezza per l'agenzia Top Secret. Il suo impiego era presso il supermercato Carrefour al civico 53.

Stava raggiungendo il luogo di lavoro per l'inizio del suo turno. È stato aggredito con un coltello da cucina di circa 30 centimetri. L'assassino è fuggito di corsa lungo via Ghislanzoni. Un passante ha tentato di fermarlo, urlandogli di desistere. Il presunto omicida, Sadate Djiram, 28 anni, è stato fermato poche ore dopo. L'arresto è avvenuto a Ponte Chiasso, vicino al confine con la Svizzera.

Durante la fuga, Djiram aveva perso lo zaino contenente i suoi documenti. Al momento del fermo, indossava ancora gli stessi abiti sporchi di sangue. Le immagini delle telecamere di sorveglianza hanno giocato un ruolo fondamentale nel ricostruire i movimenti dell'imputato. Alle 9:45 del giorno dell'omicidio, Djiram è stato ripreso mentre entrava in un negozio. Ha osservato gli scaffali e poco dopo ha acquistato un coltello. Successivamente, si è recato al Carrefour, ma non ha trovato Tunkara.

Nel pomeriggio, è tornato nella zona. Quando la vittima è arrivata per il suo turno, l'ha affrontata sotto i portici. Alle 16:20, un sistema di videosorveglianza lo ha ripreso mentre si allontanava lungo via Ghislanzoni. Per la Procura, l'acquisto dell'arma, i sopralluoghi e il ritorno nel pomeriggio dimostrano una pianificazione minuziosa. Questa pianificazione sarebbe incompatibile con un gesto d'impeto.

La pm Silvia Marchina ha anche ricordato un episodio precedente. Questo fatto era stato denunciato dall'ex compagna di Djiram. Il 18 dicembre precedente, Djiram avrebbe preteso un rapporto sessuale nonostante il rifiuto della donna. La donna aveva raccontato di aver dormito con la luce accesa per la paura. Questo comportamento, secondo l'accusa, dimostra una volontà di controllo e possesso. Rafforzerebbe ulteriormente il movente della gelosia.

La famiglia della vittima è rappresentata dall'avvocata Martina Catale. Lei assiste il fratello di Mamadi, Aliou Tunkara. Quest'ultimo era presente a tutte le udienze del processo.

La linea difensiva

La ricostruzione della difesa, affidata agli avvocati Riccardo Bellini e Veronica Foglia, è di segno opposto. Secondo i legali, Sadate Djiram si trovava in una fase di profonda crisi personale. La fine della relazione con la compagna lo aveva travolto. Da lei traeva stabilità affettiva, equilibrio economico e sociale. Proprio grazie a lei, aveva ripreso a studiare per ottenere la licenza media. Il suo obiettivo era trasferirsi in Germania e diventare medico.

Quando ha creduto che Tunkara avesse una relazione con la donna, Djiram avrebbe voluto solo un chiarimento. Durante l'incontro, secondo la sua versione, la vittima lo avrebbe colpito con la catena della bicicletta e un lucchetto. Lo avrebbe ferito alla testa. Questa lesione è stata poi riscontrata dai medici del carcere. Sul lucchetto sarebbe stato trovato anche materiale pilifero compatibile con i capelli di Djiram.

Solo dopo questi colpi, «in uno stato di confusione totale», Djiram avrebbe estratto il coltello. Per la difesa, la premeditazione non sussiste. Djiram non conosceva con precisione gli orari di Tunkara. Aveva tentato due volte di incontrarlo senza successo. Ha agito in pieno giorno, in una strada centrale e affollata. Anche la fuga verso la Svizzera, improvvisata, senza documenti né un piano, sarebbe la prova di un gesto dettato dal panico, non dalla lucidità.

L'acquisto del coltello, pur ammesso, viene spiegato come una scelta istintiva. Maturata in un momento di turbamento emotivo, non come parte di un disegno criminale. La difesa ha quindi chiesto di escludere le aggravanti. In subordine, ha richiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche. Djiram è stato descritto come un uomo fragile, incensurato e pentito.

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