Dieci anni dopo il devastante terremoto, le Marche affrontano una grave crisi demografica e sociale. Un nuovo studio evidenzia come la ricostruzione materiale non sia riuscita a preservare il tessuto comunitario, portando a un progressivo spopolamento e a difficoltà persistenti per i residenti.
Calo demografico e invecchiamento della popolazione
A un decennio dal sisma, i comuni marchigiani più colpiti registrano un preoccupante calo della popolazione. Tra il 2015 e il 2024, ben 44 centri hanno visto una diminuzione dei residenti pari al 12,2%. In alcune località specifiche, come Arquata del Tronto (Ascoli Piceno), Accumoli (Rieti), Ussita, Castelsantangelo sul Nera e Monte Cavallo (Macerata), il declino supera il 20%. Questo fenomeno è particolarmente marcato tra le fasce d'età più giovani e attive. Tra il 2019 e il 2024, le persone tra i 20 e i 39 anni sono diminuite del 12,8%. Parallelamente, si osserva un aumento significativo della popolazione anziana, che rappresenta ora il 30,2% del totale. Questa tendenza demografica altera profondamente la struttura sociale e le prospettive future delle comunità colpite. La fonte di questi dati è il rapporto "Sisma10" del centro studi "Ecologie del post-terremoto", presentato a Roma.
La ricerca ha analizzato la situazione in oltre 150 aree Sae (Soluzioni abitative d'emergenza). Ha coinvolto quasi 500 nuclei familiari per comprendere le dinamiche abitative e sociali post-sisma. I risultati mettono in luce una fragilità strutturale che va oltre i danni fisici degli edifici. La perdita di residenti, soprattutto giovani, compromette la vitalità economica e sociale dei territori. La diminuzione della popolazione in età lavorativa e riproduttiva pone seri interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine di queste aree. La composizione demografica attuale suggerisce un futuro con una crescente dipendenza dalla popolazione anziana. Questo scenario richiede politiche mirate per invertire la tendenza.
La desertificazione scolastica e i costi della ricostruzione
Un indicatore critico della crisi demografica è la desertificazione scolastica. Nelle aree colpite dal sisma, le scuole chiudono a un ritmo superiore del 50% rispetto ad altre aree interne comparabili. Il calo degli studenti raggiunge il 21,1%, a fronte di una media nazionale del 14,5%. Questa situazione rende difficile garantire un'offerta formativa completa e di qualità. La chiusura delle scuole comporta anche la perdita di servizi essenziali per le famiglie. Molti genitori sono costretti a trasferirsi altrove per garantire l'istruzione dei propri figli. Questo aggrava ulteriormente il problema dello spopolamento. La mancanza di scuole attive rende le aree meno attrattive per i giovani e le famiglie, creando un circolo vizioso.
La ricostruzione edilizia, sebbene proceda, presenta criticità significative. Secondo lo studio "Sisma10", la ricostruzione privata ha raggiunto costi elevatissimi, quasi 6.000 euro al metro quadro. Nonostante questi investimenti, centinaia di immobili ricostruiti o in fase di completamento sono già in vendita a prezzi irrisori. Spesso, il valore di rivendita è inferiore a un quarto del costo sostenuto per la ricostruzione. Questo dato suggerisce inefficienze nel processo o una domanda di mercato insufficiente. Le difficoltà economiche e la mancanza di prospettive lavorative rendono difficile per i proprietari recuperare l'investimento. La situazione è ulteriormente complicata dalla percezione di disparità nel processo di ricostruzione. Il 42,3% degli intervistati segnala infatti disuguaglianze nell'assegnazione dei fondi e nella gestione dei cantieri. Questi fattori minano la fiducia nella ripresa e scoraggiano il rientro dei residenti.
La permanenza nelle Sae e gli ostacoli al rientro
Le Soluzioni abitative d'emergenza (Sae), nate come soluzioni temporanee, rischiano di diventare una condizione permanente per molti. Il 38,7% delle persone che vivono nelle Sae prevede di rimanervi per almeno altri cinque anni. Questa percentuale sale al 50% tra coloro che non possiedono un'abitazione di proprietà. Anche tra chi ha una casa già ricostruita, un significativo 26,1% immagina di rimanere nelle Sae. Le ragioni sono molteplici: difficoltà economiche, esigenze abitative specifiche e, soprattutto, i forti legami di vicinato che si sono creati. La convivenza forzata nelle Sae ha generato nuove forme di solidarietà e comunità. Tuttavia, la permanenza prolungata evidenzia le difficoltà nel tornare alla normalità.
Gli ostacoli al rientro nelle proprie abitazioni o in nuove soluzioni sono numerosi. Il 49,6% degli intervistati segnala difficoltà burocratiche come principale impedimento. La complessità delle procedure, la lentezza degli iter amministrativi e la mancanza di chiarezza normativa scoraggiano molti. A ciò si aggiunge il fatto che il 29,2% dei cantieri risulta bloccato. Le cause possono essere molteplici: problemi legati ai finanziamenti, dispute tra proprietari, difficoltà tecniche o autorizzative. Questi ritardi prolungano l'incertezza e la precarietà. La percezione di disparità nella ricostruzione, già citata, contribuisce a creare un clima di sfiducia. Molti si sentono penalizzati rispetto ad altri, alimentando risentimento e disillusione. Questo quadro generale rende il rientro un percorso arduo e complesso.
Disparità economiche e lavorative
Le difficoltà economiche rappresentano un ulteriore freno alla ripresa. Tra gli occupati nelle aree colpite dal sisma, il 29,1% dichiara di guadagnare al massimo 1.000 euro netti al mese. Questa cifra è insufficiente per garantire un tenore di vita dignitoso, soprattutto in contesti dove il costo della vita, seppur in calo, rimane elevato. Le disparità salariali sono particolarmente evidenti tra uomini e donne. Le donne occupate guadagnano in media significativamente meno, con il 38,1% che si colloca nella fascia di reddito più bassa, rispetto al 17,6% degli uomini. Questa disparità di genere nel mondo del lavoro aggrava ulteriormente le difficoltà economiche per molte famiglie. La mancanza di opportunità lavorative qualificate e ben retribuite contribuisce allo spopolamento.
La ricostruzione materiale, pur necessaria, non è sufficiente a garantire la sopravvivenza delle comunità. Il rapporto "Sisma10" lancia un allarme chiaro: senza un intervento mirato sul tessuto sociale, economico e demografico, le aree colpite rischiano di perdere la propria identità e vitalità. La ricostruzione delle case deve andare di pari passo con la ricostruzione delle relazioni sociali, delle opportunità lavorative e dei servizi essenziali. La perdita di comunità, evidenziata dallo studio, rappresenta un fallimento nella gestione dell'emergenza e della ricostruzione. È fondamentale invertire la rotta per garantire un futuro sostenibile ai territori marchigiani segnati dal sisma. La ricerca è stata condotta da ricercatori in scienze sociali e si basa su dati raccolti sul campo nelle Marche.